E’ stata una grande gioia vedere il bel cortometraggio Armandino e il Madre di Valeria Golino. La regista ha saputo trasmettere in pochi minuti il senso di un progetto che è andato al di là della nascita di un nuovo museo a Napoli. In pochi all’inizio credevano possibile aprire la città, il suo centro storico a un diverso modo di intendere l’arte, di fruirla, di viverla. Noi invece siamo sempre stati convinti che l’arte contemporanea potesse dialogare in maniera fruttuosa con il nostro territorio, che il degrado potesse essere combattuto anche con lo sviluppo culturale, creando quell’humus che potesse ridare a Napoli l’importanza che le spetta e che sempre ha avuto nella storia dell’arte italiana ed europea. E’ stata dura, ma ora possiamo dire con orgoglio di avercela fatta. Il Madre è un luogo in crescita, aperto alla città, al Paese, ai tanti appassionati, esperti, semplici curiosi d’arte che ogni anno vengono da tutto il mondo a visitarlo. Valeria Golino questa apertura l’ha mostrata in maniera precisa, acuta e poetica, sia con il soggetto scelto, che con lo stile, fatto da tante inquadrature e movimenti di camera pensati ad esaltare il rapporto interno/esterno, dentro/fuori, a rimarcare l’idea che il museo e la città respirano insieme, si compenetrano a vicenda in maniera osmotica e dinamica.
Credo infine sia giusto ricordare il personaggio della vicenda, persona realmente esistita che con la sua storia racconta qualcosa anche di noi. Armandino è un bambino rom che viveva in un vicolo dietro la chiesa Donnaregina, alle spalle del museo. Conosciuto da tutti per la sua grande vivacità, un giorno viene avvicinato da un operatore del museo che lo convince a partecipare a uno dei corsi didattici per l’infanzia che si svolgevano, e si svolgono ancora oggi, al suo interno. Armandino, bambino del quartiere accolto dalle persone che lavorano nel museo, è diventato così il simbolo del successo del progetto, la materializzazione del rapporto fecondo che intercorre tra il Madre e il suo territorio, rapporto aperto non solo ai napoletani ma a tutte le persone presenti in città, senza distinzioni etniche, politiche o religiose.
Un plauso va al produttore del film, Pasta Garofalo, un’impresa della nostra regione che dimostra con il suo lavoro che si può promuovere il proprio marchio anche investendo in progetti culturali intelligenti.