L’esempio e la memoria di Don Diana sono un patrimonio collettivo della coscienza civile del nostro Paese che dobbiamo tutelare e difendere, sempre, in ogni momento. Non scorderò mai quel 19 marzo 1994. La notizia dell’omicidio di Don Diana mi colpì e mi addolorò profondamente. Ero stato tante volte a Casal di Principe e in alcune occasioni ero stato apertamente minacciato. Lasciai subito Palazzo San Giacomo per andare a Casal di Principe. Arrivai tra i primi, con la fascia tricolore. Insieme a me arrivarono tanti altri sindaci, rappresentanti di associazioni, forze politiche e sindacali, cittadini. Perché Don Diana era un simbolo di noi tutti, il segno tangibile della fede e della legalità che operava ogni giorno in mezzo a chi aveva bisogno. Quanta rabbia, quel 19 marzo. Rabbia e senso profondo di impotenza di fronte a una grande ingiustizia. Sono passati diversi anni, e nella zona di confine tra Napoli e Caserta la situazione è ancora molto difficile. Ci sono stati tanti passi in avanti e sempre più frequenti negli ultimi anni. Ma la strada è ancora lunga, perché qui si combatte una guerra quotidiana tra forze dello Stato e della criminalità organizzata.
Alcuni mesi fa, col ministro Maroni, abbiamo inaugurato nel centro di Casal di Principe un teatro della legalità. Un tempo era un bene di Sandokan, oggi è un luogo di aggregazione e cultura aperto a tutti. Proprio lì abbiamo firmato un importante protocollo, sempre con Maroni, per rendere più veloce la conversione dei beni confiscati alla camorra. E’ stato il primo provvedimento in Italia di questo tipo e l’abbiamo voluto intitolare proprio a Don Peppe. C’erano anche i suoi genitori in sala quel giorno. Quanta commozione quando ascoltammo alcuni passi di “Per amore del mio popolo non tacerò”, il manifesto anticamorra scritto da Don Diana nel 1991: “La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato”.
In questi giorni, Roberto Saviano ha ricordato a tutti la figura e il valore di Don Peppe Diana rispondendo a Gaetano Pecorella che metteva in discussione la matrice camorristica del suo omicidio. Io penso che Don Peppe Diana sia due volte un eroe, della Chiesa e dello Stato, così come attestano numerose sentenze. Oggi non c’è iniziativa per la legalità in quelle terre che non porti il nome di Don Diana. Che ricordiamo sempre con immenso affetto, e che è il simbolo più prezioso della lotta contro la camorra che tanti e tanti – Stato, forze dell’ordine, magistratura, istituzioni locali, forze politiche, associative e sindacali – portano avanti ogni giorno per il futuro della propria terra.

