Un film duro, ma bello. Ieri sera ho visto, “Napoli Napoli Napoli”, l’opera di Abel Ferrara, il noto regista newyorkese d’origine italiana, stabilitosi da qualche tempo nella nostra città, che – mi dicono – batte metro per metro con il suo occhio indagatore e con curiosità intellettuale. Si tratta, per la verità, di un film-documentario che è il frutto del lavoro di una equipe di tanti giovani cineasti napoletani e coprodotto dalla Film Commission della Regione Campania, con la supervisione di Gaetano di Vaio, un ex detenuto che si è impegnato buttato anima e corpo.
Mi è davvero piaciuto questo film. L’ho visto in compagnia di un amico ed abbiamo subito condiviso opinioni positive sulla pellicola, mentre sullo schermo ancora passavano le immagini finali di una giovane detenuta del carcere di Pozzuoli. Esprimevano, con serenità e fermezza, la speranza e la voglia di tornare ad una vita normale. Anzi ad una vita migliore, come dice giustamente lei stessa, perché è proprio quella “normale” che l’ha portata in carcere. Attraverso le interviste alle detenute di questa struttura carceraria, che costituiscono il filo conduttore del film, attraverso il racconto delle loro tristi storie personali e familiari si delinea una sorta di racconto corale della città, dei suoi grandi e gravi problemi, ma anche delle sue speranze. Un racconto mai urlato o gridato, ma svolto con delicatezza e con un approccio rispettoso delle persone e dei problemi. Nel film le interviste si intrecciano,poi, con una storia di fantasia, che ruota attorno alle vicende di una famiglia che vive nei vicoli di Napoli. Tra degrado abitativo e morale, prostituzione, camorra, droga, sale giochi. L’intreccio prosegue con i commenti di un giornalista, di un magistrato, di uno scrittore-operatore sociale, del sindaco Iervolino, dell’assessore alle politiche sociali, Riccio.
Mi sono venute spontanee alla fine due considerazioni.
La prima: questa città, comunque, suscita sempre interesse e curiosità. Tanti e tanti giovani cineasti, scrittori, operatori sociali, teatranti, spinti da un forte senso civico e critico, la analizzano, la passano ad una sorta di microscopio sociale e culturale, ma hanno anche una positiva voglia di intervenire e cambiare. “I giovani, i giovani sono la nostra ricchezza, dobbiamo fare in modo che non vengano spente le loro coscienze”, più o meno così commenta una operatrice di un centro sociale. È la conferma che in poche città italiane c’è un così vivace fervore culturale e civile, soprattutto giovanile: una risorsa fondamentale, da non sprecare.
Dall’altro lato, dalle interviste ad alcuni esperti risalenti, penso, ai primi anni ’60, si capisce bene la dimensione enorme dei problemi economici, di densità abitativa, di disoccupazione che esistevano già allora e che abbiamo ereditato. Si ha la conferma che, se il mezzogiorno non diventa una priorità nazionale, non si va da nessuna parte e che i primi ad avere questa consapevolezza dobbiamo essere proprio noi meridionali. Da qui si deve ricominciare a dare battaglia politica e culturale.
Bravo Ferrara, bravo Di Vaio e il mio apprezzamento va a tutti coloro che si sono impegnati in questa importante e civile opera cinematografica.



