E’ cominciato oggi l’iter parlamentare per la conversione in legge del decreto rifiuti adottato dal Governo nel Consiglio dei Ministri di Napoli. E’ un passaggio delicato. E’ decisivo che l’impostazione del decreto non venga stravolta nel dibattito in Parlamento. Si potranno certamente apportare miglioramenti e affinare alcune misure, si potranno recepire indicazioni fornite dalle Camere e dai diversi organi dello Stato coinvolti nello sforzo di uscire dall’emergenza.
Ma bisogna evitare di cancellare o di sminuire la novità più forte introdotta dal decreto: creare le condizioni necessarie per realizzare concretamente le decisioni prese dal Commissariato e dal Governo.
Sappiamo bene, infatti, che in tutti questi anni le decisioni non sono mancate. La linea da seguire è stata ribadita, anche sul piano legislativo, più volte. Discariche a norma, raccolta differenziata, termovalorizzatori. Così come non è mancata l’indicazione formale di siti adatti ad accogliere impianti e di criteri per la loro selezione e gestione. Il problema è sempre stato quello di dare attuazione operativa alle decisioni. Alla luce delle difficoltà di questi anni, il Governo è intervenuto con nuove misure, sia sul piano dell’ordine pubblico e del presidio degli impianti, sia sul piano normativo.
E’ fondamentale che non si ripeta quanto accaduto in passato, l’ultima volta con il decreto varato dal Governo Prodi nel maggio scorso, che uscì dalla conversione in legge fortemente modificato e depotenziato. Abbiamo invece bisogno di uno Stato capace di far prevalere l’interesse generale.
In questo senso l’editoriale – critico e intelligente – di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere di oggi, pone due questione cruciali, che sono state alla base del mio impegno personale. La prima è che per il Mezzogiorno il problema non è tanto – o non solo – di risorse, ma che “contano forse anche di più la correttezza e la capacità amministrativa, la cultura civica, il senso della legalità e dello Stato, lo spirito d’iniziativa”. Questa consapevolezza è stata la molla fondamentale della mia esperienza da sindaco di Napoli prima e da presidente della Regione poi. Il problema serio, a mio avviso, è che il nuovo spirito civico che a Napoli si è fatto sentire negli anni ‘90 non si è incontrato con un nuovo sviluppo economico.
Il secondo passaggio è quello in cui si torna sulla “richiesta, non di più soldi, ma di più Stato: non lo Stato keynesiano bensì quello del monopolio della forza da invocare, magari, contro la propria stessa società”, per far prevalere su tutto – aggiungo io – gli interessi della collettività. E’ giusto.
Riaffermare la presenza dello Stato, rilanciare lo spirito civico e dare una nuova prospettiva economica al Mezzogiorno è la grande sfida che tutti abbiamo di fronte, a Napoli e a Roma.