Una bella testimonianza

A.B.
25-08-2009 | 17:04
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 Repubblica di oggi pubblica una bella lettera di Diletta Bistondi, una giovane di Sesto Fiorentino, che racconta la sua esperienza di volontariato presso il campo di lavoro “Libera terra” di Castel Volturno, attrezzato in un bene confiscato al boss Michele Zaza e riqualificato dalla Regione Campania. È una testimonianza molto significativa di come la camorra si possa combattere efficacemente e in tanti modi.

Il recupero e il riutilizzo dei beni confiscati è una delle strade più importanti per contrastare la camorra su cui abbiamo lavorato intensamente in questi anni in Campania. Alcuni esempi: a Pomigliano d’Arco, in un’altra struttura appartenuta al boss Michele Zaza, oggi ha sede un comando della polizia municipale. A Ottaviano, nel castello di Cutolo si sta svolgendo un master dell’università del Sannio sul riutilizzo dei beni confiscati. A Forcella, nella casa appartenuta al clan Giuliano, c’è un centro di aggregazione per i minori a rischio del quartiere. Nei prossimi mesi, altri 15 beni sequestrati ai clan camorristici campani saranno recuperati e riutilizzati. Tra questi, c’è la villa del fratello di Sandokan a Casal di Principe, che diventerà un centro di riabilitazione sportiva per i giovani.

La collaborazione tra istituzioni, forze sociali, civili, imprenditoriali, partiti politici, mondo del volontariato è fondamentale, ma per combattere la camorra e le altre mafie è indispensabile la presenza dello Stato. Negli ultimi anni, con i governi di centrosinistra e di centrodestra, è stata intrapresa una forte iniziativa di contrasto ai clan. Grazie all’impegno e alla professionalità della magistratura e delle forze dell’ordine, sono stati effettuati importanti arresti di boss e di pericolosi latitanti, mettendo in seria difficoltà i gruppi camorristici. Bisogna andare avanti con sempre maggiore determinazione e continuità nell’azione di contrasto e di repressione alle organizzazioni criminali, che sono l’ostacolo più grande allo sviluppo e alla crescita del Sud.

La legalità è la prima condizione per lo sviluppo

A.B.
21-06-2008 | 18:46
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In queste ore sono iniziate le attività della Casa don Diana a Casal di Principe. La dimora blindata di un boss del clan dei Casalesi, dove la giunta regionale si è riunita circa un mese fa, è diventata un centro di accoglienza e recupero per minori che vivono situazioni di disagio sociale. La casa ospita già i primi bambini, e tutti i posti disponibili saranno occupati nel giro di un mese. La settimana prossima invece, a San Cipriano D’Aversa, saranno ultimati i lavori di un altro bene confiscato ai Casalesi, e precisamente al boss Antonio Basco, condannato nell’appello del processo Spartacus a oltre vent’anni di reclusione. Grazie al supporto della Regione, la ex proprietà di Basco diventerà presto un centro sociale e un laboratorio per persone che soffrono di problematiche mentali. Infine, nei prossimi giorni, torneremo a Casal di Principe per inaugurare il Teatro della Legalità, una struttura appartenuta proprio al temibile Sandokan che vogliamo far diventare un centro di formazione culturale e teatrale per i tanti giovani della zona. Si tratta di un evento importante, dal grande valore simbolico, un segno tangibile dei risultati che lo Stato sta ottenendo nella sua battaglia per la legalità. Il processo Spartacus, nei scorsi giorni, ha riportato ancora una volta l’attenzione nazionale sugli sporchi affari dei camorristi. Adesso bisogna andare avanti, e combattere su tutti i fronti la criminalità organizzata, colpendo le sue attività  criminali e portando alla luce i suoi lucrosi e smisurati interessi economici. Avere a cuore il Mezzogiorno oggi significa creare le condizioni affinché ci sia vero sviluppo, e la prima di queste condizioni si chiama legalità. E noi siamo impegnati giorno per giorno su questo fronte, insieme a tanti cittadini e a tutte le forze sane della nostra regione.

Quella testimonianza al processo Spartacus

A.B.
19-06-2008 | 17:52
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Appena ho saputo la notizia della conferma degli ergastoli ai boss del clan dei Casalesi, mi è tornata alla mente una fredda giornata di 7 anni fa. Era il 10 dicembre 2001, quando i pm del processo Spartacus mi convocarono come teste davanti ai giudici della corte d’assise di Santa Maria Capua Vetere per raccontare un episodio che era accaduto dieci anni prima. Il 25 aprile 1992 infatti ero andato nella sezione del Pci di Casal di Principe per intervenire ad un’assemblea. A un certo punto, irruppe nella stanza il capostipite del potente clan Zagaria, che iniziò a lanciare invettive e minacce contro di me e noi del Pci, colpevoli di “disonorare il paese” solo perché denunciavamo i loschi interessi dei clan. Proprio questo raccontai ai giudici in aula. Ricordo che, mentre parlavo, mi colpirono la protervia e l’arroganza degli imputati, del tutto simile a quella mostrata da Zagaria. Oggi provo una grande soddisfazione nel vedere che, con la conferma di ben 16 ergastoli, lo Stato ha inflitto la giusta punizione a un clan che, insieme a tanti altri affari sporchi, ha giocato un ruolo chiave nel favorire lo smaltimento illegale di rifiuti tossici e pericolosi dal nord verso la Campania. E’ davvero una bella giornata per la giustizia e la legalità. Certo, la strada è ancora lunga, ma risultati come questo ci confermano che in Campania esiste un tessuto sociale, culturale e politico fatto di giovani, associazioni, magistrati, giornalisti, registi, uomini delle istituzioni, che può infierire tanti altri colpi decisivi alla criminalità per far avanzare sempre più la legalità e la democrazia.

Non dare tregua ai Casalesi

A.B.
03-06-2008 | 17:44
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- 2 maggio: ucciso a Castelvolturno Umberto Bidognetti, padre del pentito Domenico.
- 14 maggio: bruciata a Santa Maria Capua Vetere la fabbrica di Pietro Russo, imprenditore antiracket della zona.
- 16 maggio: Domenico Naddeo, collaboratore di giustizia, ucciso a Baia Verde di Castelvolturno. Nello stesso giorno e sempre a Castelvolturno, viene ucciso Domenico Noviello, imprenditore che aveva denunciato il racket.
- 30 maggio tentata esecuzione di Francesca Carrino, nipote di una collaboratrice di giustizia legata al boss Francesco Bidognetti.

E’ un bollettino di guerra, a cui si aggiungono – negli stessi giorni – nuove minacce nei confronti di magistrati come Raffaele Cantone, giornalisti come Rosaria Capacchione, scrittori come Roberto Saviano e le devastazioni di alcuni beni confiscati, a Casal Di Principe e a Pignataro Maggiore. Domenica, infine, l’omicidio Orsi.

Una settimana fa, su questo blog, avevo invitato a non abbassare la guardia di fronte ai clan dei Casalesi che reagiscono contro il tentativo dello Stato di espugnare roccaforti prima ritenute inattaccabili. Qualcuno, qui sul blog, ci aveva accusato di andare fuori tema, di usare pretesti per non parlare di rifiuti… Purtroppo, invece, il tema è anche e soprattutto questo. Bisogna parlare, discutere, riflettere, anche in modo critico, su come contrastare la criminalità organizzata. Da fine 2006, la camorra, nelle province di Caserta e di Napoli, ha ricevuto colpi, talvolta anche molto duri. Arresti, sequestri, confische di beni, smantellamento di piazze di spaccio, nuove indagini sugli intrecci tra criminalità e politica. La recrudescenza di questi giorni ci spiega chiaramente che, se da un lato l’azione di magistratura e forze dell’ordine sta facendo saltare i nervi ai clan, dall’altro il potere camorristico  è ancora molto forte e gli strumenti per contrastarlo, spesso, inadeguati. Penso all’incertezza della pena, ai programmi di protezione per i collaboratori di giustizia, alla lentezza dei processi, alle lungaggini per il riutilizzo dei beni confiscati – un tema, questo, a cui il nuovo Guardasigilli ha dedicato uno dei suoi primi provvedimenti. In questo senso l’attivazione immediata di una task force della polizia a Casal di Principe è un segnale positivo. Contro i clan dei Casalesi è decisivo fare un salto di qualità e mettere in campo – come nei momenti migliori di lotta alla mafia e ai suoi capi – tutte le energie dello Stato.

Non abbassiamo la guardia

A.B.
26-05-2008 | 18:50
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La villa confiscata a Walter SchiavoneDieci giorni fa Domenico Noviello moriva per mano dei casalesi. E’ la prima cosa che ho pensato leggendo dell’operazione portata avanti oggi dai carabinieri di Caserta e dalla Dda di Napoli contro questo sanguinario clan. Nel corso degli ultimi mesi, intorno ai fortini della camorra lo scontro è diventato sempre più duro. L’iniziativa dello Stato sta diventando più incisiva e determinata e, al tempo stesso, la reazione dei clan si fa sentire con omicidi feroci come quello di Novello e diversi episodi di intimidazione, che hanno colpito soprattutto beni confiscati.In questa situazione la protezione degli imprenditori che denunciano e di tutti coloro che decidono di dire basta al racket e ai soprusi dei clan è un problema drammatico e urgente. Noviello era nel mirino dei casalesi, eppure da diversi anni non aveva più la scorta. I clan, che hanno la memoria lunga, ne hanno approfittato. Ora l’augurio è che anche i colpevoli di questo delitto vengano individuati al più presto e assicurati alla giustizia.

Per proteggere le persone come Noviello è necessario rendere più oculato, rapido ed efficiente l’utilizzo delle scorte. Dà i brividi pensare a quanti imprenditori e professionisti rischiano di ritrovarsi soli di fronte alle minacce. Attenzione però. Per proteggerli davvero, assieme alle scorte, è indispensabile costruire reti sociali, imprenditoriali, civiche e istituzionali in grado di accogliere e sostenere chi è coinvolto in questa guerra. Anche per questo, nei prossimi giorni a Castelvolturno ci sarà una manifestazione dedicata a Noviello e a chi decide di dire no al racket e alla violenza della camorra. I clan devono saperlo. Non abbassiamo la guardia.