Alla luce delle sconvolgenti vicende di questi giorni, è ancora più attuale rileggere l’ultimo post scritto giovedì scorso. Mettevo l’accento sull’abrogazione, da parte nostra, del farraginoso meccanismo della raccolta delle firme. Su questo vi segnalo la risposta a un lettore di Sergio Romano nella sua rubrica delle lettere sul Corriere di oggi:

Quando avremo smesso di reagire a caldo, sotto la spinta delle passioni di parte, alle vicende degli scorsi giorni, faremo bene a chiederci se il sistema delle liste e delle firme non sia diventato ormai anacronistico e se non occorra modificarlo. I partiti, anzitutto, sono cambiati. Il vecchio Pci, ad esempio, aveva l’abitudine di dislocare i propri militanti, con qualche giorno d’anticipo, nei luoghi deputati alla raccolta delle liste. Voleva essere certo che non vi sarebbero stati incidenti e, soprattutto, conquistare il primo posto, «in alto a sinistra », nella scheda elettorale. Gli altri partiti erano, se non così puntigliosi, altrettanto diligenti. Ma le formazioni politiche d’allora avevano strutture gerarchiche con una visibile catena di comando ed erano più adatte quindi a scegliere i candidati con un certo anticipo. Oggi, sembra di capire, si litiga sino all’ultima ora. Un intervallo tra la presentazione delle liste e quella delle firme, come lei suggerisce, potrebbe effettivamente contribuire alla soluzione del problema. Ma dimostrerebbe ancora una volta che i tempi della democrazia italiana sono più lunghi di quelli delle migliori democrazie occidentali. Forse conviene fare un altro passo e chiedere a che cosa servano le firme. In una recente intervista a Radio radicale, Massimo Villone, professore di diritto costituzionale all’Università di Napoli, ha detto che la raccolta delle firme valeva, in origine, per le forze prive di rappresentanza parlamentare e quindi di una evidente riconoscibilità pubblica. Lo scopo era quello di evitare i partiti di fantasia, eccentrici, stravaganti, creati da esibizionisti, visionari, profeti, arruffapopoli. È davvero necessario chiedere un alto numero di firme per partiti che sono nella vita pubblica da parecchi anni e composti da esponenti che hanno già avuto funzioni al governo, in Parlamento, negli enti locali? Mi rendo conto che non sarà sempre semplice distinguere il partito serio dalla formazione effimera. E occorre evitare che una riforma premi i «grandi» a danno dei piccoli. Ma vale la pena di ricordare che i paletti burocratici hanno spesso l’effetto di acuire la fantasia di quelli che vogliono aggirarli. Questo è un caso in cui la soluzione del problema non consiste in un ulteriore appesantimento degli obblighi burocratici e dei controlli amministrativi. Questo è un caso in cui semplificare, non complicare.