di Aurelia del Vecchio

“La Repubblica” di Napoli titola così un articolo di Pietro Soldi: “Il partito non c’è più, nascono le Fondazioni”. L’estensore ne parla come un fenomeno di moda, che comunque cela notevole ambiguità. Ciò sarebbe dovuto al fatto che a simile escamotage ricorrono soprattutto politici in declino, in evidente difficoltà all’interno dei propri partiti. 

Subito c’è da obiettare che questo non sembra in alcun modo il caso di Fini, politico ambizioso ed in ascesa, il quale, stanco dell’eterno delfinato, ha rotto ogni indugio e si è proposto al Paese. Forte della sua Fondazione “Fare futuro”. Lo stesso vale per D’Alema e per “Red”. Infatti, l’ex Ministro degli Esteri non appare, al momento, ridimensionato in ambito PD. Piuttosto egli continua a mantenere un ruolo di primo piano e grande potere persuasivo nel suo partito. Detto questo, partendo proprio dall’argomento fondazioni, porrei pubblicamente, come priorità altre domande. Prima di valutare quali siano le future mire politiche di Bassolino e di “Sudd”.

La prima, immediata e necessaria, su quale sia lo stato della politica nel nostro Paese. Stazzonata com’è tra quella di tipo brezneviano, concepita e perseguita da Berlusconi, e quella irrisoria e sgretolata, praticata dalle opposizioni. Questo, in un momento storico, in cui per paradosso viene richiesta dai cittadini – elettori più politica, intesa in senso tradizionale e nobile, partecipativa ed includente, capace di dare sul serio risposte e soluzioni concrete agli innumerevoli problemi. Di questa pratica siamo stati noi tutti defraudati per l’anomalia di un imprenditore, carico di conflitti di interessi e di intenti personalistici, al governo dell’Italia. Non trattasi del solito antiberlusconismo lamentato dagli scherani del Premier. E purtroppo la realtà attuale è che rischia di paralizzare la società italiana ancora per molto.

Ogni seria analisi non può prescindere da quanto appena esposto, che dovrebbe essere pensiero costante per tutti i commentatori di sentire democratico. Continuare a pensare e ad esporre come fossimo abitanti di un Paese normale, pur comprendendone l’intimo anelito, favorisce solo una raffigurazione distorta della realtà.

L’altra domanda riguarda il Partito Democratico, relativamente al Mezzogiorno. E’ evidente che si attesta come raggruppamento in prevalenza nordico, nel tentativo di contrastare, con qualche segno di vittoria, il PdL e la Lega Nord nelle opulente regioni settentrionali di maggior peso specifico in ogni campo. Pensando i maggiori esponenti democratici, con visione esile ed antinazionale, che tutta la partita della politica italiana, si giochi, nella sostanza, al Nord. Per cui, il Sud con il suo fardello di problemi irrisolti, diventa un ingombro e non il rilancio ineludibile per un progetto di società italiana coesa, più giusta ed equilibrata dal punto di vista economico e sociale.

E’ dunque il Partito Democratico, con il suo agire, ad avere una visione regionalista dei vari problemi italiani. Del resto non fa che adeguarsi all’attuale governo di destra, nel quale il ruolo preponderante della Lega Nord, sposta tutto l’asse del Paese verso gli interessi “condominiali” delle regioni settentrionali. Con il rischio corposo che l’intero Meridione rimanga fuori per sempre da ogni cosa propulsiva e producente, che sempre più andrà ad investire le zone più ricche d’Italia.
Basta soffermarsi sull’impressionante depauperamento industriale del Sud, con migliaia di posti di lavoro perduti e di quelli che si andranno a perdere nell’immediato futuro. Sarà sufficiente la naturale bellezza ad assicurare il reddito a milioni di cittadini? Si può ricorrere ad ogni artificio e citazione di tipo intellettuale, ma la mancanza di lavoro vero è l’evenienza drammatica, da cui partire per una seria disamina.

Richiamarsi come fa Soldi a meridionalisti di spessore come Nitti, Saraceno e Compagna, per esprimere più di un dubbio su “Sudd” ed il futuro di Bassolino, diventa un riferimento improponibile. Perché i succitati pensatori hanno elaborato ed esternato progetti e visioni economiche in una diversissima stagione politica, pur contraddittoria e lunga quasi un secolo. Nella quale la disunità d’Italia poteva essere considerata solo pensiero blasfemo ed indegno. Oggi, invece, la disunità del Paese è nei fatti. Nell’assoluta mancanza di progettualità per il Sud, tra falsi alibi e luccicanti promesse. E ciò è da ascrivere sia ai governi di destra che di sinistra, succedutisi nell’ultimo quindicennio. Ma l’idea di distacco e di separatismo tra le due Italie, è anche presente nel linguaggio senza cautele e dispregiativo di ministri ed esponenti della Lega Nord, politici locali, assurti a valenza e rappresentatività nazionale.

A questo punto è doveroso intervenire e, se risulterà utile, anche con uno spirito “da ultima spiaggia”. Non credo che la presa d’atto della reale situazione del Sud da parte di molti meridionali in questa fase, sia da ascrivere ad un meridionalismo “lirico” ed engagé, come afferma ancora Soldi nel suo intervento. E conoscendo Bassolino, c’è da pensare che “Sudd” sia sorta per tentare di invertire una tendenza rovinosa, difficilmente arginabile con ricette superate e con ulteriori mendaci promesse.