di Lino D’Antonio
Il crescendo delle sparate del ministro Brunetta portano a domandarsi, in contemporanea, quali siano mai le sue origini politiche. Non è impresa difficile. Per quanto pubblicamente si sa di lui, si accerta subito che non è un marziano da poco capitato, in preda a vergineo stupore, in questo ineffabile mondo. Posizionandolo, infatti, nello scenario politico tra i più corrotti nella storia dell’Italia repubblicana. Ovvero gli anni del craxismo imperante, in combutta con la peggiore Democrazia Cristiana.
Ma nella cosiddetta prima Repubblica, il Brunetta non aveva un ruolo preminente. Non era presente nemmeno nelle prime trenta file. Forse è nel suo cantuccio di allora, che sono cominciati a maturare il senso di frustrazione e un’irrefrenabile voglia di rivalsa. Da tirare fuori, quest’ultima cosa, a tempo debito. In tal modo ha avuto inizio la di lui avversione per la CGIL e la sinistra. Anzi, vantandosi di essere tra i pochi depositari della vera essenza e valenza di questa corrente di pensiero. Pur facendo parte di un governo marcatamente di destra. Sono questi paradossi e iperboli, che non scalfiscono più di tanto gli uomini di Berlusconi.
E nell’immaginario “brunettiano”, viene individuata, proprio nella sinistra ufficiale, la colpevolezza per avere affossato, in combutta con giudici famelicamente politicizzati, “l’Italia da bere” dei tempi di Bettino. Senza che essa, rappresentata dagli ex comunisti, pagasse un prezzo politico, uscendo indenne dalla bufera giudiziaria di quegli anni, che distrusse il CAF (Craxi, Andreotti, Forlani). E ciò, senza che la sinistra nutrisse una minima considerazione per i giovani talenti craxiani emergenti. Come lui o lui più “genietto” rispetto ad altri.
“Meno male che Silvio c’è stato e c’è”, permettendo finalmente l’exploit di tanti “geni incompresi”. Eppure Brunetta non appare pago di essere assurto a ruolo di ministro. Deve strabiliare l’uditorio e il povero popolo italiano tutto di continuo. Laddove sarebbe auspicabile sobrietà istituzionale, rispetto del ruolo occupato e dei cittadini, egli si abbandona invece ad una violenza nel linguaggio, che, in primis, corrisponde ad una visione proprietaria ed assolutista del potere politico. E ogni misura e contegno spariscono, sostituiti da volgare populismo, infiorettato di citazioni truculente, con le quali si tenta di occultare la mancanza di una vera progettualità e cultura di governo. Nella sostanza un’afasia, una “nullatenenza” politica, che non porteranno mai a risolvere i problemi del Paese. Fino a quando Berlusconi, con il suo ingombro di conflitti personali e cattive abitudini, resterà sulla scena in posizione centralissima.
Citando il Primo Ministro e il partito da lui fondato, ci troviamo a parlare di un movimento personalistico, nella migliore tradizione dei regimi più pericolosi. Per la qual cosa tutto lo scalpitio del Brunetta e i venti di guerra da costui agitati, risultano essere il tentativo di un servigio in più al “sire”. Tra l’altro, mostrarsi sanguigno ed in molti casi plebeo, non significa necessariamente perseguire politiche popolari, a fronte delle più gravi emergenze nazionali. Se da ampi settori dell’attuale maggioranza e dallo stesso premier viene evocata la completa identificazione del Paese con tale compagine governativa, si fa riferimento alla parte peggiore dell’Italia. A quei cittadini, che sotto la “pubblicità ingannevole” del berlusconismo, hanno perduto malauguratamente ogni identità di classe e sono stati, per questo, ricacciati nella originaria condizione di plebe.
Sembra pensarla in modo opposto Brunetta, il quale nei giorni scorsi si è espresso nel seguente modo al convegno dei giovani del PdL, riuniti a Gubbio: “C’è una parte di questo Paese, il 20-30-40%, che non rischia nulla. E’ l’Italia della rendita, dei furbi, dei fannulloni, degli amici degli amici e delle corporazioni. Una seconda Italia. Un popolo minoritario, certo, ma che ha la capacità di farsi sovrarappresentare come classe generale. Invece è l’Italia peggiore, opaca. E’ l’Italia sporca ed a questa seconda Italia stiamo sulle scatole, perché le stiamo facendo un mazzo così ed io mi onoro di essere il distruttore di questa rendita parassitaria infame”.
Non mancano da parte del ministro bordate per la borghesia da lui ritenuta conservatrice e ha proseguito: “Abbiamo visto i banchieri fare la fila e votare per le primarie di Prodi. Noi a questi e alle loro rappresentanze stiamo sulle scatole, perché abbiamo tolto loro l’acqua in cui nuotare. Li stiamo facendo morire con il volto dolce della Carfagna e l’aria finta ingenua della Gelmini. Gli stiamo facendo davvero un mazzo così”.
Parole violente, minacciose, di intimidazione quelle di Brunetta, in uno stile palesemente fascistoide e di eterna guerriglia, come in un malsano ‘68 rovesciato. Ma qui si tratta del governo dell’Italia e di un ministro con la vocazione di barricadiero, che spacca con irresponsabilità il Paese. Con in più l’immancabile attacco forsennato alla CGIL. Forse l’unica organizzazione dei lavoratori, intenzionata a non piegarsi nemmeno per un attimo alle voglie reazionarie di questa destra. La quale minaccia tutta una gamma di valori e di diritti conquistati a caro prezzo, perché sono proprio interessi e privilegi dei ceti dominanti, difesi da Berlusconi & company. Altro che banchieri, che votano alle primarie per Prodi.
Che poi il viso “angelico” della Carfagna e la finta “ingenuità” della Gelmini siano solo effigi vuote, prive di senso politico, messe lì come specchietto per le allodole, è lo stesso ministro che lo svela. Con un candore, che conferma la sua già accertata improntitudine. Ma l’agire ed il parlare di Brunetta suggeriscono, nel loro montante livore e violenza, anche la presenza di risvolti psicologici non secondari: la ricerca ossessiva da parte sua di sempre maggiore visibilità. L’aspetto però più preoccupante nel ministro è sdoppiamento della personalità. Perché quando egli fa riferimento a una parte di Paese parassita, rappresentato per lo più da fannulloni, dalla cattiva finanza, dalle cattive banche, dai cattivi sindacalisti, dai cattivi giornalisti e giudici, dai cattivi registi e pessimi operatori culturali, non è consapevole, in realtà, di parlare proprio dell’Italia berlusconiana. Dei suoi stravizi e delle pochissime virtù.
Ecco perché diventa essenziale per Brunetta indossare il vestito del moralizzatore ad oltranza. Ruolo (e sarebbe il caso di ricordarlo costantemente al ministro) che egli non ha conquistato in alcun modo sul campo. Lungo la falsariga di grandi battaglie civili e di progresso. Nel frattempo non conoscono limite le aspettative e le ambizioni di Brunetta, anelando egli anche alla carica di sindaco di Venezia.
No, non può! Per rimanere nel campo della visibilità. Nella città lagunare c’è di sovente il fenomeno dell’acqua alta ed il ministro, in più di una occasione, sparirebbe agli occhi dei suoi concittadini.
In qualsiasi altro caso mi sarei astenuto da battute e considerazioni, inerenti l’aspetto fisico delle persone. Non nel caso di Brunetta, tali sono l’accidia e la protervia del personaggio.

