di Gennaro Melillo

Dai tempi più remoti, una delle professioni più belle è quella degli ufficiali di mare: venga
essa esercitata nella Marina militare oppure nella Marina mercantile. Per gli uni il lavoro è statale per gli altri è privato. I primi sono preparati dallo Stato. Accedono all’Accademia di Livorno che seleziona, tra i più raccomandati, i meglio preparati nella scuola secondaria, con certa ritrosia per i meridionali.

Una volta scelti, in una bella reggia, iniziano quattro intensi anni di ottima preparazione universitaria e fisica, con trattamenti molto decorosi, totalmente a spesa dello Stato e con un futuro assicurato. Ogni anno, l’erario, per assicurare un centinaio di nuovi ufficiali non bada a spese.

Per i giovani che decidono di navigare sulle navi mercantile è tutta un’altra solfa. Le potenzialità di impiego sono molto buone, secondo le stime nazionali e internazionali. Le proiezioni statistiche dicono che, attualmente, per il ricambio generazionali degli ufficiali in servizio in Italia, bisognerebbe preparare circa seicento giovani all’ anno, mentre su scala internazionale si prevede un forte incremento di richiesta di ufficiali a fronte di un pesante deficit di disponibilità.

Per diventare ufficiali bisogna acquisire il diploma dell’istituto nautico, ma esistono anche percorsi scolastici che prevedono corsi integrativi, oltre alla possibilità di scegliere un percorso di elite all’Università. Si deve richiedere il libretto di navigazione alle Capitanerie di Porto. Riuscire ad imbarcare da allievo ufficiale per almeno un anno, conseguire onerosi e numerosi brevetti, superare un primo esame di Stato presso le direzioni marittime per iniziare la carriera e, dopo due anni, un altro esame di Stato per completarla, previo l’acquisizione di altri numerosi ed onerosi brevetti.

I Nautici sono trentasei sparsi in tutta la penisola e la scelta di una vita bella e difficile si pretende di farla fare in un età immatura, laddove questa scelta dovrebbe essere preceduta da una prova attitudinale. Per andare per mare è richiesto un fisico integro con le capacità percettive perfette e doti caratteriali spiccate come: una forte resistenza alla fatica, la capacità di autogestirsi in ogni occasione, una buona carica di pazienza e sopportazione, la qualità di essere rapido nelle decisioni, una peculiare dose di coraggio, tolleranza per la solitudine, disponibilità al lavoro di gruppo, idoneità al comando, ottime caratteristiche per gestire l’amministrazione delle risorse umane e materiali, sintonia con il mare e la nave che è la macchina più perfetta e complessa che l’uomo ha creato, la facoltà di confrontarsi con le varie razze e culture umane e l’adattamento ad una vita a tratti rigida e rigorosa.

I diplomati dei nautici eccedono dell’80% le richieste di mercato e i molti che eccedono le esigenze si trovano con una cultura, una preparazione ed un titolo poco spendibile. Le risorse che lo Stato ha speso per prepararli sono quasi sprecate. Negli ultimi tempi, i tecnici del ministero, con l’obiettivo di favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e per salvare tutti gli istituti nautici, hanno reso meno professionale la preparazione e hanno stilato programmi che, alla fine, non migliorano le prospettive dei giovani diplomati del nautico, ma penalizzano la preparazione di chi sceglierà la vita del mare.

A sua volta il Ministero dei Trasporti ha ritenuto di offrire l’opportunità di diventare capitani a tutti i diplomati dopo aver seguito un modulo di allineamento di 500 ore. Al meglio, l’Università Parthenope offre la possibilità di seguire un corso di laurea che dovrebbe consentire di imbarcare direttamente da ufficiale di navigazione. La riforma “Gelmini” con il nuovo titolo di perito dei trasporti e della logistica dovrebbe incorporare il titolo del nautico, con probabile riduzione della preparazione professionale specifica.

Con i fondi della Provincia, del ministero dell’Istruzione e un ipoteca su una parte dei guadagni futuri degli allievi, a Genova è stata creata l’Accademia della Marina mercantile, “un corso ITS con la funzione di migliorare la preparazione professionale dei giovani del Nautico”. All’iniziativa hanno partecipati enti, istituzioni ed operatori dello shipping che sono attivi nella pratica delle attività sul mare. Venezia ha attivato qualcosa di simile e forse anche Torre del Greco lo farà.

Per quanto lodevole sia il progetto, sembra si faccia sentire il problema dei costi, ma anche il problema della fuga di molti giovani dalla vita di bordo, appena vengono a subirla, perché manca un’ indagine psico-tecnica nella selezione dei giovani. La nave la si sopporta per amore o per necessità, sempre se si è caratterialmente dotati.

Per eliminare la grande confusione e lo spreco di risorse con risultati deludenti, ritengo che la soluzione più razionale sia quella dell’Università Parthenope che prepara i giovani per la professione di bordo, ma anche per tutto il mondo dello shipping, sicché i giovani con un titolo universitario possono intraprendere una carriera a bordo, non necessariamente per tutta la vita, o possono aspirare ad onorevoli attività collaterali. Tutte le principali università che sono attive nelle principali città marinare potrebbero promuovere corsi di laurea simili.

Questo per gli ufficiali di coperta, mentre per gli ufficiali di macchina, le Università con la facoltà di ingegneria navale potrebbero promuovere dei corsi analoghi con un titolo che consenta le stesse possibilità dei capitani di coperta per gli ufficiali di macchina, con grande vantaggio per le navi e lo shipping. Potrebbe aprirsi l’orizzonte di un lavoro prestigioso e ben remunerato per migliaia di giovani.

I nostri uomini politici e dell’Amministrazione, intanto, devono accendere dei fari sull’attività dell’IMO. Questo ente delle Nazioni Unite è forse l’unico che ha imposto la sua politica a livello mondiale su ogni attività che si svolge sul mare e, grazie ai vari memorandum, sottoscritti da varie nazioni e la costituzione dei Port States Control, si è realizzata una polizia internazionale che controlla tassativamente l’applicazione delle sue norme per le navi e per gli equipaggi. Inoltre con la normativa del silenzio-assenso riesce a legiferare a getto continuo.

Pur riconoscendo grandi meriti all’impegno di questo ente per la sicurezza delle navi e degli equipaggi, si ha la sensazione che dietro lo scudo della sicurezza si stia creando un moloch amministrativo con tutte le negatività di tale trasformazione. Il pericolo più grande è che il lobbismo delle nazioni e delle aziende più importanti promuova le normative a suo vantaggio. Un esempio di questa devianza può essere la STCW (Standards of Training, Certification and Watchkeeping), che ha portato lo scompiglio nella nostra normativa di merito. Premesso che per la preparazione ha imposto un confuso bagaglio culturale nozionistico senza alcuna relazione tra le conoscenze e le loro implicazioni sulla gestione della nave e dei viaggi, essa ha generato un cataclisma nelle certificazioni, parcellizzando i momenti della formazione e creando centinaia di brevetti e di corsi obbligatori a pagamento, che hanno generato una pletora di enti formatori alquanto approssimativi. Un marittimo, in particolare un ufficiale, per poter navigare deve viaggiare con una scorta di numerosi attestati, mai sicuro di essere in regola.

Il sospetto di un imbroglio affaristico nasce sulla limitazione temporale della validità di tutte le documentazioni. Dopo cinque anni scade qualsiasi certificazione, quasi che un qualsiasi professionista, se dopo cinque anni non rinnova il suo certificato o uno dei suoi brevetti o attestati, vede azzerata la sua professionalità. Inoltre, pur avendo esercitata la sua professione per decine di anni, se per cinque anni un capitano non la pratica con un imbarco, perde ogni titolo. Dato che è prevista una revisione a breve della STCW, si vorrebbe invitare qualche nostro politico ad interessarsi della normativa a livello internazionale.

E’indecoroso che un popolo con una civiltà marinara millenaria, che la navigazione l’ha inventata, non esprima le sue linee per difendere la dignità degli ufficiali, richiedendo un percorso formativo più coerente alla carriera ed alle esigenze della gestione del mezzo nautico e della navigazione. Bisogna drasticamente ridurre i corsi ed i brevetti e ricondurre le conoscenze, che si pretende vengano acquisiti con questi corsi, nell’alveo di un titolo e di una preparazione unica, completa ed efficace. Inoltre non ha nessun significato se non di sfruttamento parassitario, la scadenza quinquennale dei titoli, dei corsi e dei brevetti considerato che in cinque anni non avviene nessuna clamorosa evoluzione delle navi. Bisogna anche rivedere lo strapotere dei Ports State Control bilanciando con norme ed istituti di difesa la possibilità dei Comandi di contraddire decisioni che con l’andare del tempo potrebbero assumere caratteristiche vessatorie, persecutorie ed in qualche ambiente ricattatorie.

La nostra amministrazione statale, dopo anni di latitanza, si è tuffata con particolare efficienza nell’operazione di introduzione di questa normativa nella nostra legge, sconvolgendo ogni prassi e diritto consolidato dalla nostra norma e Costituzione. I poveri funzionari che sono delegati a questa funzione danno quello che possiedono, praticamente….

Un particolare freno burocratico esistente per accedere all’attività marittima è la pretesa di connotare questo lavoro di una strana caratura paramilitare. Si chiede a qualche politico che si attivi affinché i lavoratori del mare siano considerati alla stessa maniera di tutti i lavoratori e che dipendano dal ministero del Lavoro, non sussistendo alcuna motivazione perché essi debbano dipendere totalmente dal Ministero dei Trasporti e dalle Capitanerie di Porto. Basterebbe creare delle agenzie specializzate presso le strutture regionali del ministero del Lavoro.

In questo momento di crisi d’impiego, il lavoro sul mare potrebbe offrire molte opportunità, ma bisogna che, anziché frenare in tutti i modi l’accesso alle navi, lo si faciliti con spirito di solidarietà nazionale.