di Lino D’Antonio
Nella denuncia di Berlusconi contro “L’Unità” è chiaro, relativamente alla richiesta esorbitante di risarcimento, l’intento del presidente del Consiglio di colpire economicamente una testata giornalistica a lui avversa. Allo stesso modo di come egli ha proceduto nei confronti de “La Repubblica”, citata in giudizio per le ormai famose dieci domande rivoltegli ed a tutt’oggi inevase.
L’enorme gravità di una simile decisione, cioè quella di attaccare quotidiani, riconducibili all’area culturale vicina alle opposizioni, ha valenza politica, ma anche economica.
Essendo il premier proprietario di giornali e televisioni e come sempre ci ritroviamo ad essere, per tale motivo lo scandalo d’Europa e del mondo. Con un capo del governo in una posizione assolutamente preminente e dominante. E molto più deboli di conseguenza, tutti gli altri soggetti in campo. In una situazione così palesemente ingiusta ed incostituzionale, da richiedere ben altra azione a riguardo. Ad esempio quella di una continua mobilitazione democratica, rispetto alle risposte vacue e flaccide della politica fino a questo punto. Se qualcuno ha in modo ingenuo creduto che Berlusconi rimanesse inerme, anzi schiacciato sotto il peso dello scandalo sessuale, che lo ha coinvolto, adesso deve prendere atto della “guerra mondiale” da lui intrapresa contro chi ha ancora l’ardire di contrastarlo. Con i suoi avvocati e consiglieri ha messo a punto una vera e propria strategia (forsennata) di attacco: i suoi giornali scatenati in sciacallaggio e sistematica diffamazione verso gli oppositori ed azioni legali a catena contro le presunte calunnie ricevute. Il tutto supportato dalla formidabile cassa – armonica di ben sei televisioni nazionali.
Confesso di avere avuto non poche remore, prima di scrivere queste mie considerazioni. Valutando ormai fuori da ogni tempo massimo consentito, il rampognare ed il querulare intorno all’operato di Berlusconi, così come ormai si va facendo da anni. Non sono più sufficienti le sottolineature, la condanna verbale e forbita, la stigmatizzazione, la denuncia fine a se stessa. E mi chiedo perché insistere solo sulla via parlamentare. Anche se essa sarebbe quella naturale da seguire, il luogo deputato dove maggioranza ed opposizione si dovrebbero confrontare. Dal momento che Berlusconi ed i suoi sodali hanno provveduto a svuotare il Parlamento del suo significato più alto.
Non so perché alla destra deve essere tutto permesso e concesso. Anche quelle attitudini parlamentari, tra cui quella alquanto “eversiva”, se diventa prassi consolidata, dell’eterno ricorso ai decreti. Cosa che nel nostro Paese ha già portato all’avvento del fascismo. Eppure tutto ciò continua a scivolare leggero e senza intoppi.
Penso tra l’altro al cosiddetto “Popolo della Libertà” sempre in piazza al tempo del governo Prodi, a suonare “le pentole cilene” della reazione anche per un nonnulla. Basta che si producesse schiamazzo mediatico continuo. E penso nel frattempo alle troppe piazze mancate dell’opposizione. Rifugiatasi quest’ultima in una sorta di minuetto istituzionale dal passo sterile e confuso, come se l’Italia potesse essere comparata ad una qualsiasi nazione europea. Ora è giunta veramente il tempo che questo nirvana collettivo s’interrompa. Nel caso specifico e gravissimo di un Berlusconi, che fagocita la libertà di informazione, non sono più tollerabili indugi e distinguo vari. Non è in palio il beneficio di questo o di quel gruppo politico, di questa o di quella categoria di cittadini, ma il concetto stesso di democrazia.
In tale contesto è enorme la responsabilità, che grava sulle spalle delle forze politiche i opposizione, verso le quali sale dal Paese democratico, il diktat prorompente e perentorio: “Ora o mai più!” Ed esse non possono permettersi di ridimensionare, rendere risibile il rischio che l’Italia perda ogni connotato di libertà. C’è un particolare nella denuncia del Primo Ministro nei confronti de “L’Unità” e consiste nel fatto che la citazione è indirizzata oltre che al direttore Concita De Gregorio, a due giornaliste, un’opinionista e una scrittrice. Dunque, cinque donne investite dal livore e dal senso di rivalsa di Berlusconi. Misogino egli per antonomasia, nonostante le vantate “galanterie”, avventure e cucù. Estimatore nel concreto di vuoti involucri, di simulacri di donne, ma atterrito da quelle vere e pensanti, nonché animate da impegno civile. Evidentemente a cominciare dalla moglie Veronica Lario, alla quale spetta il primato di avere per prima pubblicamente denunciato il comportamento “amoroso” poco ortodosso dell’istituzionale consorte.
Perché il Presidente del Consiglio non ha citato in giudizio, per diffamazione, anche colei, che ha scoperchiato il vaso di Pandora delle sconvenienti rivelazioni? E se partisse proprio dall’attacco sconsiderato verso un gruppo di giornaliste la “rivolta” democratica contro Berlusconi, sempre più simile al suo amico, ma poco rassicurante Putin? Se la donna in tanti corsi e ricorsi storici si è rivelata sempre “caput mundi”, ossia propositiva e risolutiva verso il buono, il meglio, l’ottimo, forse c’è un motivo di speranza in più per questo nostro povero Paese.

