di Tommaso Fonzo

Se dovessimo accostare un volto, un’immagine alla decadenza economica di Napoli e, per certi versi, dell’intero Mezzogiorno d’Italia, ci verrebbe da pensare a Vincenzo Buonocore, l’operaio protagonista de “La dismissione” dell’ Ilva nel noto romanzo di Ermanno Rea. L’ immagine è quella della fabbrica come identità, solidarietà, forza e sicurezza, la cui demolizione non è solo la distruzione di una struttura e della sua attività, ma è anche il disfacimento degli uomini che vi lavorano.

L’Ilva, la grande acciaieria di Napoli, condannata a morte da scelte economiche “globali” che, come sempre, prescindono dagli uomini, è davvero simbolo di questo iter. E’ una storia che va ben oltre il romanzo di Rea, una storia che sembra trattare pezzi della mai soluta questione meridionale. La tendenza a smantellare pezzi di se stessa questa città, Napoli, non l’ha mai dismessa. Bisogna che tutto venga smontato senza che si crei il minimo danno all’impianto. Distruggere, fabbrica e città, per ricostruire altrove, un “altrove” vantaggioso solo a chi possiede. Alla maniacale precisione dell’operaio Buonocore che, nel compito di sovraintendere allo smantellamento dell’indotto, attua un suicidio personale e collettivo, sembra corrispondere un continuum storico.

Una tendenza napoletana, forse meridionale, all’autoflagellazione che giunge fino ai giorni nostri quando ancora paghiamo a caro prezzo quegli anni di deindustrializzazione che fecero scomparire, da un giorno all’altro, oltre 30.000 posti di lavoro. Iniziano gli anni bui in una delle cicliche grandi crisi di Napoli sempre immerse in una questione meridionale che, senza il contributo di scrittori e pensatori, sarebbe rimasta una “leggenda nera” dello stato italiano, come argutamente sosteneva Leonardo Sciascia.

Un po’ come oggi quando la questione settentrionale sembra prendere il sopravvento sull’ atavica penuria occupazionale di un meridione che per storia ha sempre avuto bisogno di qualche stampella per tener dritta la schiena. Fino a quando i leghismi sparsi per il belpaese non hanno introdotto un federalismo fiscale con cui noi tutti dovremo fare i conti negli anni avvenire. Occorrerebbe ricominciare da qui, dal porre al centro della questione politica italiana il tema del Mezzogiorno e del suo sviluppo possibile; per farlo abbiamo bisogno di chi ne sa scrivere e di chi sa agire, ovvero di una rinnovata classe dirigente che sappia costruirsi nell’ambito di un incontro generazionale.

Un incontro generazionale necessario per comprendere sul serio cosa ne è stata della Napoli che ‘produceva’ con i suoi centri di eccellenza. Da uno dei migliori impianti siderurgici d’Europa, appunto l’ Italsider di Bagnoli, fino ad aziende agroalimentari come la Cirio che non hanno avuto miglior sorte.

Le dismissioni napoletane, avviate pochi anni prima della caduta del Muro di Berlino, dovevano segnare l’inizio di una nuova storia; sembravano promettere nuovi mondi dove sviluppo, ambiente e libertà andavano a coniugarsi sotto la bandiera del progresso. E invece è stato solo l’inizio di nuove storie di miseria e profonde povertà. Venti anni dopo il Meridione, per sopravvivere, dovrà rimettersi in marcia, probabilmente non “passo dopo passo”, ma di corsa e senza inciampare.

In un anno, dal Sud al Nord, sono emigrati in 120 mila. Cinquantamila solo dalla Campania, a cui vanno aggiunti 65.000 emigrati pendolari e 26.000 finiti all’estero. Napoli nel 2007 ha perso il 14 per cento degli abitanti. Nel resto del Paese pochi se ne accorgono, ma la massa impressionante dei poveri, in maggioranza invisibili alle statistiche, cresce e fa paura. Il reddito di cittadinanza, una misura di salario sociale varata in Campania anni addietro, è stato senz’altro una boccata d’ossigeno, una legge in controtendenza rispetto alle politiche dell’abbandono che le logiche del Nord vorrebbero imporre su questi territori.

Il RdC è stato anche una grande inchiesta, una grande mappatura delle povertà in questa regione del Mezzogiorno d’Europa. Sono stati ben 250.000 i richiedenti a cui è stata accertata una reale condizione di indigenza, ovvero un reddito al di sotto della soglia di povertà convenzionata. Non per tutti loro è stato possibile erogare l’assegno mensile, anche per responsabilità dei governi nazionali che si sono succeduti senza intervenire concretamente a sostegno della misura.

Larga parte dei beneficiari sono i figli delle dismissioni, di nuove e vecchie crisi, di eterni pellegrini alla ricerca di una occupazione. A questo esercito si aggiungono gli inoccupati, quelli cioè che un incontro con il lavoro non l’hanno mai avuto. Anche qui, vecchie e nuove generazioni per cui il lavoro è sempre stato solo un miraggio.

Fra i nuovi aspiranti lavoratori si aggiungeranno ben presto i 200.000 studenti universitari della Campania, quelli cioè che dopo un lungo corso di formazione nei nostri atenei (ancora oggi centri di eccellenza) impatteranno nel calvario della ricerca occupazionale, molti di loro andranno ad incrementare gli attuali 3 milioni di precari e disoccupati di Campania Infelix.

Eppur si muove. La Regione Campania stanzia, attraverso i Por 2007 – 2013, 445 milioni per la ricerca e lo sviluppo. Sarebbe bastato un G8 in meno per raddoppiare questa cifra. Se si guardassero le cifre provvisorie del costo del G8 de L’Aquila (oltre 400 milioni di euro), si comprenderebbe meglio quanto contano le passerelle dei governi leghisti sui nostri territori. In altre parole si spende di più per organizzare la comparsata degli 8 Grandi del mondo piuttosto che per l’intera povertà (321milioni di euro, legge finanziaria 2008).

Serviva e serve più che mai un piano di contrasto alle povertà estreme. L’esiguità della somma destinata al reddito di cittadinanza, intuizione politica di contrasto reale all’esclusione sociale, non riesce ad arginare la crescita della desertificazione statale. E’ così che si consegna la Campania, il Mezzogiorno, al “Sistema” . La camorra si nutre di vuoto, di assenza. In determinate aree, a settembre, migliaia di genitori, compreranno i libri di scuola grazie agli spacciatori. La stanchezza dei poveri, la rabbia degli immigrati e la concentrazione dei criminali, generano una spinta difficilmente arginabile. E’ così che si precipita nell’abisso del razzismo, e in quella spirale perversa che è la guerra fra indigenti.

Non si tratta di emergenza, non è questa crisi economica la causa del male, ne è semmai un pericoloso aggravante. E’ però una novità il fatto che i poveri del Sud, in crescita vertiginosa, non fanno più scalpore anzi si resta inerti davanti a questa disperazione. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Così la politica nazionale, di cultura conservatrice e leghista, non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti, semplicemente viene mortificata la dignità con l’aumento di violenza e repressioni.

Tra chi lavora, due su dieci guadagna meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti a Napoli accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all’anno, contro i 33 mila della Lombardia. Un contratto su due è a termine. La dispersione scolastica è del 45 per cento. Il film di Massimo Venier, “Generazione Mille Euro”, per molti napoletani sembra addirittura un augurio, un buon auspicio.

I poveri, nel Meridione, sono ormai più di 6 milioni. Esistono aree in cui migliaia di persone e di bambini fanno letteralmente la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. E’ evidente che di questa tragedia si ignora la pericolosità. E se la questione meridionale perde di interesse anche per i meridionali stessi è proprio perché non esiste nessun intervento concreto, in altre parole subentrano forme di apatia. Ormai L’Italia, con la Grecia, è l’unica nazione europea a non avere un piano di lotta contro la povertà. L’unico stato ad aver cancellato ogni sostegno. Il rapporto annuale della Commissione contro l’esclusione sociale è ignorato; il nuovo governo non l’ha neanche mai riunita.

E’ esplosa, da anni, una guerra nuova, che fa rumore solo quando ci scappa il morto o si scatena l’azione violenta. Il Sud non è più un serbatoio significativo di schiavi per il Nord. Il Paese ha scelto: musulmani e neri, per pagare ancora meno la mano d’opera clandestina e ammorbidire l’islam. Lo scontro deflagra qui: italiani poveri contro stranieri poveri. Vincono i secondi perché in grado di reggere ai subdoli ricatti del patto massone per la “somalizzazione” del Sud. Il Governo centrale ci mette terra, uomini e miseria, la camorra soldi e controllo.

Un’altra fabbrica si accinge alla dismissione, si tratta di un altro indotto che continua a produrre eccellenze: è la fabbrica dei saperi. A distanza di oltre 20 anni dalla chiusura dell’ex Italsider l’attacco finale punta a tagliare la cultura, ovvero le produzione di cervelli che potrebbe ancora salvare il mezzogiorno. Si tagliano i fondi all’istruzione, si finge che l’occupazione sia una questione del mercato, ai giovani professionisti si attribuiscono stipendi che non sono nient’altro che “paghette”.

D’altra parte se non diventa il problema centrale del Paese, il federalismo si tradurrà in una scissione nordista di fatto. L’unico esercito che al Sud faceva paura era quello degli insegnanti, gli unici che, impegnati in frontiera, possono sottrarre consenso al “Sistema” e infondere nuova linfa ai tantissimi cervelli del Mezzogiorno. Anche quando formati, i figli di nessuno, quelli cioè appartenenti ad una famiglia di provenienza disagiata, avranno un percorso professionale tutto in salita; ormai ci si specializza per censo di provenienza, i nuovi medici saranno figli di medici affermati, lo stesso varrà per avvocati, magistrati, notai. Un accesso alle professioni per dinastia. E nel frattempo sono tantissimi i giovani laureati che regalano la propria gavetta in studi privati per poche centinaia di euro al mese. E’ davvero poco realistico iniziare a prevedere forme di intervento legislativo che impongono agli studi legali così come agli altri ordini professionali un salario minimo intercategoriale?

E’ il segno tangibile che esiste un accanimento particolare contro i poveri, con l’arma dell’istruzione negata nel nome del rigore. Sembra trattarsi di un implicito via libera pubblico alla criminalità o, più in generale, alle varie forme di illegalità diffusa. Basti pensare a quanto ammonta ancora il lavoro sommerso, non solo nelle aziende ma anche nel mondo delle professioni.

E, nel frattempo, la regione Campania come il resto del Sud, si svuota di giovani intraprendenti. Si tratta delle nuove forme di emigrazioni incontrastate. Iniziano ad andare via non più i poverissimi, la manodopera non qualificata, soppiantata, come detto, dalla manovalanza extracomunitaria, fuggono invece le giovani generazioni in cerca di una possibilità che valorizzi il corso di studi. Sono quelli che vanno all’estero per un progetto Erasmus per poi magari restare nel paese di arrivo, sono i giovani che trovano l’Eldorado non in terre oltreoceano bensì a Valencia, Barcellona, Monaco, Berlino, Dublino, Parigi, a poco più di 2 ore d’aereo da Napoli. Vanno via i giovani laureati, che non sanno dove impiegare il frutto di 25 anni di formazione fra Scuola, Università e Master, sono quelli che, per mezzo delle loro intelligenze e delle loro conoscenze, vanno ad arricchire i Nord del Mondo, accrescendo inevitabilmente il divario fra aree sviluppate e aree depresse.

Ma vanno via anche quelli che per contesto familiare (sociale o economico) l’Università non l’hanno conosciuta, e, di certo non per vocazione, scelgono i “corpi dello stato” come rifugio salariato. Si tratta dell’esercito di meridionali che si arruolano nei Carabinieri, nella Polizia di Stato, nella Guardia di Finanza, nell’EI. Sono gli stessi che, con ogni probabilità, dopo un periodo di formazione nel Settentrione, faranno ritorno nei luoghi d’origine per esercitare il Controllo e, all’occasione, praticare la repressione nei confronti dei compaesani indigenti. Non è “1984″ di George Orwell, è il Sistema Italia, “2009″.

Ma in questo sistema è possibile ancora coltivare la speranza del corto circuito. Ce n’è una auspicabile, intrinsecamente collegata alle singole volontà: si tratta del moto di orgoglio collettivo, quello che per certi versi ha avuto Napoli nel 1993, nella cosiddetta età del Rinascimento Napoletano.

Questa volta non potrà trattarsi di una singola esperienza locale, quasi da repubblica indipendentista, ma dovrà riguardare un Mezzogiorno d’Italia consapevole della condizione complessiva e voglioso di riprendersi ciò che gli appartiene: storia, territorio e cervelli. E c’è la buona politica. Di quest’ultima il sistema dominante ci sta abituando a diffidare, fino al ripudio. Ed in effetti, la povertà imbarbarisce al punto tale da riuscire a mettere in discussione la democrazia e lo stesso sistema democratico come strumento utile a liberarsi dalle catene della miseria, disuguaglianze e ingiustizia sociale.

Servono uomini nuovi, che di questi valori siano portatori, non perché li hanno appresi, ma perché sono cresciuti nei territori di Gomorra. Non arriveranno i “Nostri” da altri territori se non dal Mezzogiorno stesso; in passato, il Sud è sempre stato terra di conquista, da parte di predoni e pirati spregiudicati, oppure di governanti improvvisati che hanno scelto di tamponare le emergenze anziché costruire solidi progetti di sviluppo.

E’ nelle nostre terre che donne e uomini di buona volontà sapranno come trattenere le migliori energie del Sud. E’ assai probabile che le forze politiche di oggi sono geneticamente inadatte a costruire il cambiamento, ed è assai probabile che il cambiamento partorisca nuove forme organizzate che sappiano concedere al Mezzogiorno d’Italia, a partire dalla sua capitale, Napoli, quello slancio necessario al riscatto. Vecchie e nuove generazioni, insieme, possono ancora vincere la sfida se sapranno coniugare l’intraprendenza e il coraggio delle nuove idee senza dimenticare ciò che non ha funzionato in questi lunghi decenni. Con orgoglio.