di Giuseppe Liucci
Stiamo vivendo un periodo delicato di transizione, in cui, più che ubbidire alla forza irrazionale della emotività e degli impulsi della rabbia sacrosanta e giustificata, bisogna lasciarsi guidare dalla freddezza della logica e dalla calma del raziocinio. Diversamente il rimedio potrebbe essere peggiore del male: uno sbocco autoritario.
E’ superfluo sottolineare, tanto è evidente, che lo sconquasso della società e la disaffezione alla politica con il conseguente gioco al massacro dei partiti tradizionali può produrre effetti devastanti soprattutto nel Mezzogiorno, laddove le basi della democrazia sono più fragili e dove la forza dell’irrazionalità può incanalare folle ingovernabili verso correnti dallo sbocco imprevedibile e certamente non democratico.
E nella storia del passato gli esempi in proposito sono numerosi e tutti terribilmente ammonitori. Senso di responsabilità e amore per la democrazia vogliono, impongono, pretendono che intellettuali, imprenditori, categorie professionali e quel che resta di una classe dirigente sana e consapevole, ognuno per la sua parte di responsabilità e nel ruolo e nella funzione della sua attività, faccia onestamente con decisione il suo dovere, nella consapevolezza che viviamo tempi in cui il disinteresse, la distrazione o, peggio ancora, la latitanza sono colpe imperdonabili di cui potremmo amaramente pentirci quando, forse, sarà troppo tardi.
In questo disegno ineludibile e non più rinviabile di ricomposizione del tessuto lacerato della società civile e delle sue rappresentanze istituzionali un ruolo importante e decisivo è affidato alla sinistra. Nei momenti difficili della storia la sinistra democratica, popolare e riformista deve farsi carico dei gravi problemi che assillano la società malata, assumere la leadership ed indicare con lucidità e convinzione la strada per uscire fuori dal guado. Ma, per perseguire questo obiettivo, non può arroccarsi e rinserrarsi orgogliosamente nei bunker dei partiti tradizionali. Deve invece inventare formule nuove di penetrazione nella società civile, dialoghi convincenti con le forze sociali, proposte stimolanti per le categorie professionali e per le forze produttive.
Penetrare nella società vuol dire farsi carico delle esigenze, delle attese, delle speranze, delle ansie, in ultima analisi dei problemi delle categorie più deboli. E i ceti deboli oggi sono gli anziani senza servizi sociali adeguati, l’esercito dei giovani senza lavoro, le donne alle prese con una sofferta emancipazione e con la conquista delle pari opportunità; ma lo sono anche i cittadini inermi di fronte ai veleni del traffico, dello smog, in attesa perenne di una riqualificazione urbana, affamati di spazi verdi attrezzati e di centri vivibili.
E i nuovi bisogni sono appunto quelli di una società efficiente, di istituzioni più trasparenti, di burocrazie meno macchinose ed arroganti, in ultima analisi, di una società civile che inalberi la bandiera dell’onestà e della correttezza contro il dilagare della corruzione e della criminalità organizzata. Sono questi i soggetti da difendere e tutelare per una forza politica che voglia essere di sinistra e riformista agli albori del terzo millennio.
Lo stato sociale non può e non deve essere smantellato; semmai va rivisto e rivalutato alla luce delle esigenze nuove della società moderna. Ne vanno certamente condannati ed eliminati gli eccessi di parassitismo, assistenzialismo e clientelismo, ma non ne va assolutamente distrutta la sua ispirazione umana di solidarietà per le categorie più deboli.
E sulla esigenza di solidarietà la sinistra deve impostare con lucidità il discorso del Mezzogiorno nella economia generale del Paese e dell’Europa, rintuzzando con lucidi ragionamenti, più che con scomposte reazioni emozionali, la rozzezza e la miopia dei disegni politici leghisti. Le reciproche convenienze economiche, prima ancora e forse più delle sacrosante ed intoccabili ragioni della storia, impongono un rapporto dialettico quanto si vuole, ma fondamentalmente di collaborazione tra il Nord ed il Sud del Paese, nella consapevolezza che lo sfaldamento dell’unità nazionale e la frantumazione della sua economia costituirebbero elemento di debolezza nella contrattazione e nella competizione del grande mercato europeo.
Mi sembra di capire che va proprio in questa direzione la Fondazione “Sudd”, lanciata da Antonio Bassolino, che, da politico di razza, si rimette in gioco con un laboratorio politico capace di ridare centralità al meridionalismo della ragione e della proposta piuttosto che a quello del lamento e della protesta. E carica la sua idea di una prismaticità di valori con quella seconda “d” che sottolinea di certo le differenze, ma anche i diritti e i doveri di una democrazia matura.
E’ una bella sfida per la sinistra meridionale e sociale che non può essere e non deve essere una forza rinchiusa geograficamente e culturalmente nello steccato delle regioni del Sud, ma deve avere l’ambizione di porre la questione del Sud al centro del dibattito nazionale e creare i presupposti perché diventi uno dei temi di dibattito politico a livello europeo, nella consapevolezza che su tutto il territorio meridionale ci sono opportunità straordinarie da utilizzare e sviluppare, potenzialità inespresse da fare esplodere e razionalizzare nei canali di una feconda produttività.
C’è il patrimonio ambientale in parte ancora salvo, i beni culturali tutti ancora da scoprire e valorizzare, un turismo da coordinare, razionalizzare e in parte da inventare, una agricoltura che per favorevoli situazioni climatiche può offrire colture all’avanguardia in Europa, un artigianato ricco e nobile per antiche tradizioni, una situazione favorevole per tutti gli insediamenti delle tecnologie avanzate e del post-industraile e soprattutto c’ è un patrimonio umano immenso (i giovani laureati e diplomati) in attesa di stimoli nuovi e forti per correre la grande ed entusiasmante avventura del lavoro.
Una bella scommessa quella di Bassolino tutta da giocare e, possibilmente, da vincere, a condizione però, che abbia le antenne sensibili verso il nuovo e che si ramifichi nella società con club ed associazioni, ascolti le voci, gli aneliti del volontariato in tutte le sue varie articolazioni e dia sbocco alle speranze, alle ansie ed alle attese della gente, ne raccolga i mille rivoli dei desideri canalizzandoli verso un unico grande sbocco che abbia come referente le istituzioni: comuni, provincie e regioni.
E tenga presente che è soprattutto nei piccoli centri che si realizza la scuola primaria dell’educazione alla democrazia, perché l’ente locale come istituzione è un baluardo insostituibile di democrazia e, quindi, non può essere ridotto a mero erogatore di servizi burocratici/amministrativi, ma deve trasformarsi in una cellula vitale e propulsiva, capace di elaborare e realizzare progetti sul territorio, dei quali i cittadini si sentano partecipi, consapevoli e, quindi, attori e protagonisti.
Con la proposta di Bassolino, tutta da verificare nella sua realizzazione pratica, la Politica riconquista la sua centralità. Ed è per questo che va salutata positivamente e sostenuta con determinata motivazione.

