di Lino d’Antonio
Non riesco a liberarmi di una sensazione sgradevole e cioè che, all’interno della destra italiana, tra i vari attori in campo, sia in atto un vero e proprio gioco delle parti. Che in breve tempo può portare verso la presa di un potere assoluto.
Incominciamo da Fini. “Il giovin signore” come spesso è stato definito da autorevoli commentatori, ogni giorno di più si rafforza a fronte di tale citazione, nel ruolo di moderno politico moderato, ponendosi spesso in antitesi al leader massimo. Quasi da prefigurare finalmente lo sbocco del suo perpetuo delfinato ad una successione a tutti gli effetti. Magari con Berlusconi al Quirinale.
Eppure, riflettendoci su, l’inversione di rotta di Fini è notevole e spesso quest’ultimo è in contrasto apertamente con quanto Berlusconi dice per convincimento personale e per quanto è costretto a dire per compiacere l’alleato Bossi. La quale situazione ha fatto gridare da più parti alla fronda ed all’iperbole che Fini possa essere visto come il capo di uno schieramento futuro, diverso dal PdL.
Si preoccupa il Presidente del Consiglio del Presidente della Camera più di tanto? Sono fermamente convinto di no. Anzi la posizione di Fini risulta essere utilissima al premier, in quanto si trova egli ad essere a capo di uno schieramento, che dispone di una governance assolutista, con il piacevole ed opportuno diversivo di un’opposizione interna di segno autorevole.
A questo punto, che senso e che valenza ha l’opposizione, ovvero quella rappresentata in Parlamento dal PD, dall’UdC e dall’IdV? Il cavaliere offre un prodotto completo in tutte le sue parti, con una destra, una sinistra ed un centro.
In realtà, mai raggruppamento politico fu più monoteista e soffocante del PdL, tanto da surclassare il PCUS dei tempi di Breznev. Con tutto il rispetto per l’anticomunismo di Berlusconi.
Del resto Fini non sarà mai contro il capo. Sono state tali e tante le volte, in cui egli avrebbe potuto defilarsi e creare sul serio i presupposti di una destra moderna. Gli è mancato il coraggio politico ed anche perché una consistenza politica personale non può supplire la mancanza di un partito. E Fini, da tempo immemorabile non ha più il consenso di AN, i cui cosiddetti colonnelli da anni sono passati, armi e bagagli, nell’universo berlusconiano.
Si disilluda chi ancora crede che l’ex pupillo di Almirante, più aduso di altri alle regole fondamentali e fisse della politica, possa invertire il corso di questa destra vincente, a capo di un paese del tutto perdente.
E Veronica? Anch’ella incastonata tra i privilegi e le opulenze dell’impero, si concede pure il lusso di dissentire intorno alle decisioni politiche dell’augusto consorte. La nostra ha definito ciarpame la decisione di candidare veline di bella presenza alle prossime elezioni europee. Dunque pare che anche all’interno della famiglia Berlusconi si incominci a guardare con sospetto alla politica perseguita dal patriarca e ridotta a rango infimo di un immenso “Bagaglino”.
Leggendo le dichiarazioni della signora Berlusconi si ha come la primaria sensazione di un’abisso culturale tra i due soggetti in causa, nonché il senso di una diversissima concezione dell’etica e della morale, applicate alla pratica politica. Ma si è dovuto arrivare ad un punto di non ritorno di degrado (purtroppo non ancora percepito dal popolo italiano sotto narcosi) per gridare allo scandalo? Laddove si richiedono serietà, competenza e sobria fedeltà istituzionale, si deve fare invece largo alle sgambettanti favorite del capo. Come in un film dell’orrore, visibile per chi ancora riesce ad avere la possibilità di guardare nella coscienza degenerata di questa nostra Italia.
Non sono mancate in tutti questi anni le rampogne pubbliche di Veronica Lario nei confronti di Berlusconi, gaffeur internazionale e continuato e più che stagionato viveur. Alle quali rimostranze sono seguite sempre dichiarazioni stupite ed amorevoli ed altrettante uscite pubbliche di facciata di Silvio e Veronica, dopo il ritrovato accordo. Secondo una visione edulcorata della famiglia italiana, così come è nella concezione di molti e delle gerarchie Vaticane, anche se spesso la realtà è ben diversa ed il dolore e le asprezze sovrastano ed appannano la oleografia accreditata.
A questo punto, credo che non bastano più le occasionali reprimende mediatiche della signora, perché in tal modo si rafforza solo l’idea di un non edificante gioco delle parti. Secondo uno schema d’azzardo, finalizzato a maggior accredito per i due protagonisti, con l’aggirare il marciume che si va a denunciare.
A disposizione della moglie di Berlusconi ci sono ingenti mezzi e la possibilità di atti concreti (la medesima è azionista di maggioranza di un noto quotidiano) molto più efficaci, per tentare di arginare questo schifo italiano. Se alle parole seguissero appunto fatti concreti e non estemporanee logorree, Veronica Lario fornirebbe al Paese un servigio molto molto encomiabile.
In caso contrario, solo per usare come perifrasi proprio una delle formule celebrative del matrimonio e senza alcun intento censorio, ella taccia per sempre.

