di Aurelia del Vecchio
La stampa cittadina ha riportato notizia di un convegno presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa, a margine della presentazione in anteprima del documentario su Bagnoli “Il cuore e l’acciaio” di Aldo Zappalà, nell’ambito della trasmissione televisiva “La storia siamo noi”. Con interventi del ministro Rotondi, dell’ex ministro De Michelis e dei professori De Masi, Niola, D’Alessandro ed altri addetti ai lavori. Moderatore il rresponsabile del TG3 regionale Massimo Milone. Molte sedie vuote tra il pubblico nel filmato trasmesso a riguardo proprio dal TG3 regionale. Sarebbe stato meglio farle occupare dagli ex lavoratori di Bagnoli, testimoni fortunatamente ancora vivi e vegeti e dotati di formidabile memoria a fronte degli accadimenti relativi allo stabilimento di Bagnoli, non lontani, anzi contigui al tempo presente. Nonché essi direttamente parte in causa.
Di certo, questi ultimi non avrebbero avvalorato le dichiarazioni un po’ stupefacenti di De Michelis, che, non solo nell’intervista rilasciata, in data 12 marzo a “Il Corriere del Mezzogiorno”, ma anche nel commento riportato da “Il Mattino” e dal TG3, sembra voler imputare la chiusura di Bagnoli al “mancato riformismo” di Bassolino.
Sono consapevole della voglia di addebitare comunque e sempre ogni colpa all’attuale governatore della Campania, tralasciando le colpe di altri soggetti politici. Sia per Bagnoli che per tutti gli aspetti della vita nazionale.
E’clamoroso e fuorviante rispetto alla verità dei fatti, in quanto tali dichiarazioni vengono da un ex potentissimo ministro ed ex vice-presidente del Consiglio. Il quale insieme ai suoi colleghi dei governi degli anni ‘80, aveva nelle mani tutto il potere decisionale.
Altro che Bassolino, il PCI forza di opposizione e lo stesso sindacato! Alla fine furono essi solo, esponenti del cosiddetto pentapartito che decisero la chiusura dello stabilimento di Bagnoli, dopo una ristrutturazione, costata oltre 1.200 miliardi di vecchie lire della collettività e che ne aveva fatto il più moderno centro siderurgico d’Europa. Un delitto industriale dunque, che, se non vendetta, chiede irrevocabilmente chiarezza ed onestà di intenti. Per fortuna tutto documentato e dimostrabile in ogni momento.
Piuttosto si dovrebbe indagare di più sulla diatriba che coinvolgeva l’allora presidente del Consiglio democristiano De Mita ed il PSI di Bettino Craxi, passando per Prodi, in quel tempo all’IRI. E maggior luce anche sulla mancanza di volontà dei governi italiani, proni allo sfolgorio della potenza economica della Germania di Helmut Kohl, di battersi, in ambito europeo, per ottenere più quote di produzione di acciaio e sulla scelta finale di fare di Bagnoli l’agnello sacrificale della siderurgia italiana. Parteggiando apertamente per Taranto e per le realtà obsolete degli imprenditori privati del Nord. Con le conseguenze occupazionali e sociali, drammatiche per Napoli, che ben conosciamo. Ed avremmo in tal modo la prova e l’estensione di che cosa sia stato “il riformismo” di De Michelis e soci.
Non ho ancora visto il documentario “Il cuore e l’acciaio” e sono convinta che trattasi di una ricostruzione rigorosa della storia di Bagnoli, come è nella tradizione dell’operato del regista Zappalà.
Ma è auspicabile che, in questo ritorno di discussione, si interrompa la sequela continua di inesattezze sul centro siderurgico. Chi legge, chi ascolta, chi guarda, in primis soprattutto le ignare giovani generazioni, hanno, nell’approccio con Bagnoli, la primaria impressione che si discuta di un ferro vecchio. Una vecchia ferriera improduttiva (e i politici ed i tecnici sanno bene che non è così), tra l’altro altamente inquinante. E volutamente si vuole ignorare quanto deciso e speso dalla dirigenza aziendale, in accordo con i lavoratori, per migliorare al massimo il territorio. Con il risultato di aver realizzato alla fine, uno stabilimento a misura d’uomo in tutti i sensi. A tal proposito esiste un filmato “1987 – Bagnoli nella giungla”, curato dall’allora direttore dello stabilimento ing. Franco Segreti, che fa giustizia di tutte le falsità, prodottesi in questi anni, credo, a mo’ di giustificazione. Alla ricerca di alibi credibili, dopo un vero e proprio misfatto.
Che a fronte di ciò poi, ci si voglia riappropriarsi anche di una novella verginità politica, sembra veramente un po’ troppo, anche agli occhi dei più tolleranti.

