di Aurelia Del Vecchio

Un’Italia deteriore e ottusa sfila nella peggior cronaca nera, la quale individua e riporta fuori sempre più spesso feroci episodi di razzismo, come quello accaduto a Nettuno, e di rigurgiti fascisti. E perché tralasciare la cosiddetta “cronaca rosa”? Essa stessa volgare ed incongrua, con punte addirittura eversive nelle sue costanti compromissioni con il potere. Riuscendo a lusingare ed a diseducare.

Tutto ciò incredibilmente fa da propulsione all’inaugurata era del terzo millennio, da subito di piombo e non certo aurea, gravata da guerre, ingiustizie sociali e soprusi sempre più netti. Pochi tra i politici, gli intellettuali, i giornalisti, i religiosi, i semplici cittadini in questa nostra Italia pronunciano parole di coraggio e di verità. Chi si addentra nell’azzardo di tale compito, viene subito bollato quale “diverso”, forse sobillatore dell’ordine costituito e da tenere sotto tutela. In simile categoria vengono inclusi tutti coloro che invece esprimono ben diversa presa ideale verso il ritorno del conformismo più grigio e del più cupo conservatorismo ormai imperanti a “Berluscandia”.

Come l’inesorabile e continua goccia d’acqua, che riesce ad erodere la roccia, così, a partire dai primi anni ‘80, la TV commerciale del Cavaliere ha fagocitato con gradualità la coscienza e il libero arbitrio degli italiani. Fino al punto che tale tipo di televisione, forte della sua funzione persuasiva, è riuscita a trovare una sponda politica e a farsi partito, priva ormai, con l’avvento di “tangentopoli”, di padrinaggio politico. Per poter governare il paese, il partito Mediaset si è trovato nella necessità di doversi alleare con le peggiori pulsioni della tradizione politica italiana. Ha incontrato una destra di chiara derivazione repubblichina, nota per non aver mai ripensato con rigore e serietà alla propria e non edificante storia, scossa però da repentine e sconvolgenti conversioni. Come quella o quelle di Fini, anche se persiste al suo interno lo scurrile linguaggio istituzionale dei “Gasparri”.

E c’è stata e c’è la Lega Nord, impasto in vero ben riuscito di risentimento ed egoismo localistici, nonché di odio razziale e di intolleranza verso l’unità nazionale, esplicitamente espressi in più occasioni. Passando poi, per gli inespressivi ex democristiani e craxiani di ultima fila, felici di far parte, senza meriti, come don Abbondio, in uno schieramento “riverito e forte”. Per ritrovarsi la destra alla fine in un solido blocco unico, pur dalle varie sfaccettature, tutte funzionali ad un preciso disegno ultra-conservatore e autoritario. Ma, nell’ambito della destra, la Lega Nord è il raggruppamento, che più di altri si è distinto per manifesto razzismo. Prima verso i connazionali meridionali e poi verso gli immigrati, indebolendo oltremodo la solidarietà tipica della nostra collettività nazionale. Tra l’altro, capace la Lega di rendere credibile ed improrogabile una improbabile “questione settentrionale”, a danno del resto del Paese.

Personalmente non guardo con alcun tipo di convinzione anche a quei partiti, a cui non riesco a dare precisa collocazione e che appaiono centrifugati da una sorta di populismo della domenica e destinatari di fatui successi. I quali pensano in tal modo di aggirare il nobile e faticoso esercizio della politica. Quella vera.

Nella desolazione attuale, io donna di sinistra, non mi sento di assolvere quello che resta della sinistra e del popolarismo cattolico. Per aver fallito i rappresentanti di queste aree di pensiero e di idealità fattiva nel contiguo passato, nel non aver opposto un progetto soprattutto culturale ed all’insegna di valori imprescindibili, a quello fagocitante del “berlusconismo”. Che resta nei fatti teso alla realizzazione degli interessi di un singolo soggetto. Questa battaglia culturale sarebbe l’unico atto veramente degno e di lunga gittata, che potrebbe salvare in extremis l’Italia dalla deriva, a cui sembra destinata in modo ineluttabile.

In simile contesto, a latere (molto a latere) rispetto agli appetiti, alle convenienze ed agli opportunismi della politica, c’è una società italiana, o parte di essa, che, vista meglio da vicino, non sembra sottrarsi dal porre pressanti interrogativi sul presente e futuro suo e del paese.
Se anche la gente comune uscisse dagli standards precostituiti da altri e rompesse in modo quasi tangibile il cono d’ombra, in cui è stata relegata in primis dall’attuale governo e pronunciasse parole di verità, senza mediarle con alcuno, si aprirebbe un’era del tutto nuova per l’Italia e ciascuno si riapproprierebbe del comune ed essenziale senso di discernimento. E tornerebbe forse l’impegno e l’indignazione civile, in questo momento necessari come l’aria che si respira.
Ciò è al momento la mia sola speranza.