di Aurelia Del Vecchio

In questi giorni ricorrono i trent’anni dell’uccisione, a Genova, da parte delle “BR”, di Guido Rossa, un uomo semplice e forte, operaio siderurgico nello stabilimento Italsider del capoluogo ligure. Un comunista ed un sindacalista, che, rapportato al guasto presente, mi piace istantaneamente individuare come “pio”. Questo attributo infatti, diventa calzante e laico, allorché in una persona convergono, come nel caso di Guido Rossa, le più significative virtù civili ed un senso alto della collettività. Tale da travalicare ogni forma di opportunismo ed egoismo individuali.

E dopo la primaria ed irrefrenabile considerazione etica, piango per un dolore ancora vivo e per il rimpianto. Nell’impossibilità di scorgere fisicamente quel viso buono, franco ed onesto, dissoltosi nella terra del nulla. Lo cerco invano nell’aria rarefatta intorno a me, che non fa concessioni ad alcuno e non ammette repliche di visibilità per quelli che abbiamo amato ed ammirato e che non ci sono più. Sto nella condizione di considerarmi io stessa quasi del tutto spenta, senza oggettive speranze, a cui protendere nel tempo attuale. E mi ritrovo a piangere anche sugli ideali perduti, non perché disdegnati e tralasciati, ma per l’impossibilità ad esplicarli. Verificatasi ormai una impraticabilità culturale più che politica e che intorbida e rende vacui e nulli i pochi veri atti politici, che ancora si tentano.

Ma… eccolo il “ma salvavita!” C’è qualcosa di imperscrutabile, che sfugge ad ogni logica e soprattutto al controllo del potere andante. Il quale tenta, come primo obiettivo, di livellare, di uniformare, di smussare, fino ad erodere del tutto le emozioni e la proposizione. Fino all’approdo inevitabile del pensiero unico. Il mio “ma”, ovvero la mia obiezione alla palude, in cui ci stanno spingendo e verso la quale quasi volontariamente ci stiamo dirigendo, è un pulsare insistente ed improvviso dentro di me. Riconosco con gioiosa sorpresa che ha ripreso a fluire nelle mie vene quello stesso sangue siderurgico di Guido. Questo sangue, come un lunghissimo rio rosso univa l’Italia da uno stabilimento all’altro e teneva soprattutto unita tanta parte della classe lavoratrice del Paese.

Ora il greto di questo fiume è ormai asciutto e pochissime tracce riconducono a quella che era la solidarietà di classe dalle Alpi alla Sicilia, nella consapevolezza e nella forza dell’idea di unità nazionale. E’ evidente che non ci siamo battuti fino in fondo, dopo le prime vittorie contro i tanti mali oscuri, annidatisi nelle pieghe della democrazia. Essi, veri e propri mutanti, temibili e non sempre riconoscibili nei frenetici cambiamenti epocali. Spesso sotto le mentite spoglie della luccicante lusinga mediatica e dove con insistenza ci viene richiesto il diniego dei valori irrinunciabili e minacciata l’onta dell’inadeguatezza e dello scherno, qualora volessimo restare ad essi avvinghiati.

So con certezza di volere fortemente rimanere legata ai valori ed il ricordo doloroso e doveroso della morte di Guido Rossa, mi dà in un attimo più lucidità e consapevolezza, tanto da inoltrare a me stessa e ad altri pressanti interrogativi. Se sia giusto persistere nel non pensiero, nel non agire, nel non indignarsi, nel considerare per sempre utopia la possibilità di una società e di un mondo migliore. Se il conformismo, latente o conclamato, possa divenire, tramite la manipolazione più marchiana, innovativo, riformatore o addirittura rivoluzionario.

Credo che se riusciremo a trovare risposte consone, forse non si svuoterà di significato, attraverso tutto il tempo che verrà, la morte di persone come Guido Rossa.