di Lino D’Antonio

Molto scalpore ha suscitato sui media la non firma di Bassolino alla petizione, lanciata dal PD “Salva l’Italia”, contro il governo di destra, retto da Berlusconi. Dovrebbe essere convincimento generale ed insito il fatto che il governatore della Campania abbia più di altri presidenti regionali e sindaci una maggiore responsabilità istituzionale, fino a che realmente si sarà conclusa l’emergenza rifiuti. Per la qual cosa molto resta da fare, nonostante la roboante propaganda del Presidente del Consiglio.

Tale percezione non c’è ed è subito divampata la polemica politica. Senza eccedere in troppa dietrologia, sembra a noi che, al di là della motivazione del dovere e dell’impegno istituzionale verso i cittadini campani e il governo nazionale, nella decisione di Bassolino sia da rilevare una lettura tutta politica e riconducibile al dibattito in corso sul futuro del Partito Democratico.

Se si mette nel conto la richiesta esplicita del governatore alla dirigenza del PD del Congresso, da svolgersi molto anticipatamente, rispetto alla data fissata nell’autunno del 2009, la “non firma” va oltre, politicamente parlando del “vorrei, ma non posso”. Ed esprime probabilmente un dissenso verso un’iniziativa, che non convince anche molti semplici elettori democratici, in quanto avvertita fievole, quasi goliardica e nello stesso tempo velleitaria, per la quale è stato scelto un tempo non giusto, sia dal punto di vista climatico che degli umori dei cittadini ancora in osmosi con Berlusconi.

L’iniziativa tra l’altro, si presenta alla pubblica opinione con aspetti contraddittori: sì alla raccolta di firme “per salvare l’Italia”, no alla raccolta di firme pro-referendum contro il lodo Alfano. Motivando il PD tale scelta per la preoccupazione di un flop del referendum e del conseguente effetto boomerang contro il partito. Ma la timida e svogliata adesione di questi giorni alla petizione, non è da considerare già un flop?

Il Partito Democratico, in tempi brevissimi, rifletta su se stesso, su che cosa esso tende ad essere nella società italiana. Al momento non esiste una sintesi tra le varie anime, che lo compongono. Anzi, con queste ultime in antitesi tra loro, con il risultato di porgere alla pubblica opinione un’immagine sempre più sfilacciata, secondo vizi antichi, mai superati, soprattutto della sinistra italiana.

Un confronto serio, serrato, chiarificatore e proponente può realizzarsi solo attraverso un Congresso, che a lume di quanto esposto, crediamo debba svolgersi a breve, contro questo stillicidio suicida. E che sia un Congresso libero e liberatorio, senza le solite coordinate, precostituite dagli appositi “supervisori”.

Interrogativi pressanti agitano l’elettore medio del PD. Uno ad esempio, sul perché Berlusconi, che già precedentemente non ha dato esemplari prove di governo, sia così credibile, pur rimanendo il grosso delle sue promesse ed azioni di governo, a parte le leggi ad personam, solo semplici enunciazioni. Mentre Prodi ed altri esponenti progressisti hanno usato l’arma della sincerità e hanno perseguito il bene comune, ma sono stati percepiti come grevi, affamatori di popolo, incapaci di far sognare e sperare.

E’ certo che il cavaliere viene aiutato non poco dall’amplificazione dei media nelle sue disponibilità e di quelli apertamente a lui compiacenti. Ma il vero nodo da sciogliere per il Partito Democratico è quello culturale. Se non si parte infatti da un grande progetto di rinnovamento, che segua il percorso di valori inalienabili, pur nella mutazione frenetica della società, dei suoi bisogni e delle sue ansie, non si andrà da nessuna parte e si aggraveranno i danni del “berlusconismo”. Con l’accentuazione di una deriva particolaristica ed egoistica.

Chi si scandalizza oggi per la non-firma di Bassolino alla petizione del PD, contestualmente intende portare avanti insieme alla destra il discorso del cambiamento delle regole comuni. Un ulteriore contraddizione e la necessità che il Partito Democratico dica, a chiare lettere, agli iscritti, ai simpatizzanti, ai suoi elettori in genere se l’Italia sia un Paese normale ed europeo oppure no.

Secondo noi no, essendo in piedi un colossale conflitto di interessi, incarnato dall’attuale premier, per la qual cosa non possiamo considerarci del tutto liberi come altrove. Questo dovrebbe essere un punto fisso, da cui partire per ogni riflessione ed azione politica e non movibile a secondo delle convenienze.

Per concludere, in attesa di chiarezza, prendiamo atto che, ancora una volta, una scelta di Bassolino, condivisibile o deprecabile, viene usata come strumento di lotta politica tra gli esponenti democratici. Per usare un giro di parole: a questo punto siamo e “non ci siamo”.