di Aurelia del Vecchio
Periodicamente, appare su vari quotidiani italiani l’ipotesi del complotto, dietro la morte violenta di Pier Paolo Pasolini. Ultimo nell’ordine, “Il Messaggero” del 22 luglio, che riporta un’intervista a Giuseppe Pelosi, ritenuto da inquirenti e magistrati l’esecutore materiale dell’omicidio e che dichiara di non essere stato solo quella notte. Anzi, egli, per la morte dello scrittore, afferma che vi sono responsabilità addebitabili a più soggetti e che il delitto sia stato premeditato.
Confesso di non aver letto per intero l’articolo, perché più che seguire la ricostruzione del fatto criminoso e tragico, mi sono trovata, per la prima volta, dopo tanti anni, a valutare l’ampiezza del significato di questa morte. Di come essa abbia pesato e continui a pesare, in termini di assenza, sulla società italiana e al rapportarsi di quest’ultima alla cultura ed alla partecipazione democratica.
A tali pensieri, ho avvertito subito un senso di abbandono, di solitudine, di impotenza. Di claustrofobia quasi, stati d’animo, che, penso, colgano, di questi tempi, più di un cittadino medio di questo Paese. Tali sono le sensazioni tipiche di abitanti di non felici plaghe, dove ogni forma di vita intellettiva ed emotiva si è inaridita. O dove si percorrono vecchi schemi indicati da altri. E non si può affermare che sia il caso dell’Italia, patria da millenni d’arte, cultura e creatività. In campo letterario ad esempio, scoppiano di continuo casi clamorosi di giovani e giovanissimi autori. Eppure, sul tutto, non ho remore nell’affermare che manca Pasolini.
Perché nel nostro Paese la cultura è ormai fatta da tanti segmenti autonomi, che raramente si intersecano tra loro, secondo le linee guida di una società, che, nelle sue molteplicità, tende a corporativizzarsi. Così come sta accadendo per ogni categoria, dalla più rappresentativa a quella più inconsistente. E’ un bene o un male che sia andato smarrito o si sia esaurito per vie naturali lo spirito di una specie di “confraternita culturale”? E quale era il valore aggiunto che Pasolini riusciva sempre a dare nel dibattito nazionale?
Lo scrittore friulano era soprattutto un grande provocatore, nell’intento di essere soprattutto un “sollecitatore” verso il nuovo, ma non nel senso di opportunità individuali, piuttosto esclusivamente collettive. Ecco perché ben presto si è accantonato anche il suo solo ricordo, in quanto egli è stato e rimane l’antitesi di quanto oggi, in maniera corposa, si svolge sotto gli occhi nostri. Rileggendo i suoi scritti, si prova un brivido, allorché alla lungimiranza e spietata lucidità delle analisi subentra la profezia. Gramsci e Pasolini, in scenari e tempi storici diversissimi, sono gli unici intellettuali del ventesimo secolo ad aver non intuito, ma stilato con molto anticipo ciò che sarebbe successo in Italia.
Per quanto riguarda Pasolini, se si tiene conto delle alte vette poetiche, da lui raggiunte in tante opere e delle sue sferzate contro il potere, che ne faceva un moralista, più che un polemista, allora si comprende ancora meglio il silenzio e la rimozione. Perché mai nessun momento storico del cosiddetto evo moderno fu così “pragmatico” come l’attuale. E poeti e moralisti sono decisamente tra i perdenti.
Da “Accattone”, dagli “Scritti corsari” e da tanto altro al “Grande fratello”, passando per “L’isola dei famosi”, veline, tornisti e così via… Lungo la traiettoria e la parabola in discesa della società italiana, il complotto per l’eliminazione fisica di tale personalità e di tale gigantesca forza intellettiva, proprio per come siamo diventati, appare l’idea più credibile quindi, per logica ed ordine cronologico degli eventi dell’ultimo trentennio. Ed è soprattutto una tesi che serve a dare un certo freno ed ordine esaustivo alle suggestioni ed illazioni intellettive di persone come me.
Sono consapevole che, quanto da me appena scritto, non si scosta di un palmo da una sorta di desiderio privatissimo. Mentre sarebbe non meritorio, ma vitale che gli addetti ai lavori, gli intellettuali, gli operatori della cultura e del sapere e i semplici cittadini fruitori, con gli occhi di oggi, rimettessero al centro del dibattito il significato delle opere della vita e della morte di Pier Paolo Pasolini. Non certo per un vuoto esercizio della mente. Soprattutto alla ricerca di stimoli civili e di avere almeno la percezione del futuro. Oltre che, poi, a latere, provvedere ancora ad indagare, auspicando di sapere alla fine, ciò che avvenne realmente quel lontano 2 novembre 1975, all’Idroscalo di Ostia.

