di Paolo Minieri

Il caso ha voluto che capitassi al Museo d’Arte Moderna di Napoli, l’interessantissimo Madre, per due volte, a distanza di due settimane. Non ho potuto resistere all’antica passione per Brian Eno, le sue due installazioni di video arte valgono un nuovo biglietto d’ingresso.

Mi accompagna un amico che non conosce questo affascinante luogo e decido di portarlo all’annessa chiesa di Donnaregina Vecchia dove mi ero imbattuto quindici giorni prima nella bella e inquietante esposizione multidisciplinare dedicata al tema della crocifissione. Questa opera consiste in una sorta di via crucis in ferro che culmina in un albero che si erge al posto dell’altare e reca numerosi chiodi. A questi sono affissi messaggi su fogli redatti dai visitatori.

Particolarmente acute le osservazioni introduttive all’ingresso della chiesa. Mi avevano già colpito e le rileggiamo assieme. Troneggiando su un surreale relitto di Ape, leggendario veicolo a tre ruote, una grande didascalia stampata su fondo bianco (credo scritta da Cicelyn) ricostruisce con finezza l’antico paradosso della nostra città: la bellezza si trasfigura in catastrofe e le catastrofi generano bellezza, un pendolo infinito che apre – si argomenta – squarci di significato perfino negli imbarazzanti scenari delle immondizie. Lo stesso Museo, nei suoi contrasti mozzafiato col degrado circostante, si configura come rappresentazione immediata dell’incredibile carica sensuale dei luoghi.

In questi giorni, in cui essere napoletano mi obbliga a faticose giustificazioni con tutto un mondo di accusatori indignati e inflessibili, la sala della crocifissione mi da sollievo. Certo il comportamento dei miei amministratori (e di noi tutti cittadini) non trova alcuna giustificazione ma l’idea che il disastro dei rifiuti si possa interpretare in qualche modo come una forma di autocrocifissione finisce col mitigare l’effetto devastante della crisi. Tutto può essere. Nella caduta si può scovare una chiave del riscatto. Noi napoletani siamo ormai abituati a questi colpi di scena, la mutevolezza del nostro sentire ci rincuora.

Finalmente si entra nella chiesa, accolti dalla suggestiva voce di Tony Servillo. Ed ecco folgorante la sorpresa. I tanti fogli inchiodati sul tronco dell’albero di Fuksas sono come d’incanto scomparsi. Prima c’erano le pagine bianche, disposte su un banco con relativo pennarello, lasciate alla fantasia della scrittura dei visitatori che le affiggevano sul tronco. Due settimane fa la cosa mi sembrava funzionare: ci trovavi di tutto, l’accorata preghiera per Napoli, il disegno dei bambini, la dichiarazione d’amore dell’adolescente, la frase fatta del passante mediocre, il disegno di un teschio, la solita sparata contro i politici. Questo era l’umore dei visitanti e questo si mostrava. Nessuno poteva dire cosa si sarebbe manifestato al prossimo disegno, alla prossima frase.
D’improvviso, dopo due settimane l’albero è vuoto. Rimossi i disegni, rimosso il banchetto. Solo i grandi chiodi nudi tormentano il tronco. Che è successo?

Veicolo una ridda disordinata di malizie a una sbalordita e gentile giovane inserviente, pavento rassegnato lo sferruzzare cinico di forbici censorie. Lei non ne sa nulla. Ha notato, certo, la sottrazione ma non ne conosce la causa. Mi dice che però l’opera prevedeva apertamente la partecipazione creativa del pubblico: i fogli e il pennarello erano stati messi apposta. Certo non si tratta di manutenzione. Un velo di silenzio mi accompagna fino all’uscita.

Adesso siamo fuori, rincasiamo, è sera. Si cambia argomento. Non che poi si viva di accorate elucubrazioni sul senso dell’arte e il ruolo dei curatori. Eppure l’albero denudato mi torna alla mente. Quei disegni erano inoffensivi, qualcuno un poco banale ma certamente autentici.
Qualcuno ha scritto parole volgari? Sono apparse critiche imbarazzanti al ceto dirigente? Certo qualcosa ha disturbato un piano prestabilito. Ma in ultimo, se quest’opera postulava la sublimazione del male, la profonda e inevitabile problematicità della stessa sconcezza, celebrando il ventre onnivoro di Napoli (anche questa una speranza), perché la poderosa macchina fagocitante non avrebbe potuto digerire quegli strambi ex voto sotto forma di fogli estemporanei?

La bellezza che si distrugge, il corpo splendente che si fa cadavere, il paesaggio che si fa immondizia, la città che si crocifigge, un ordinato e ben tenuto Museo che confina e coabita con ruderi scheletrici di appartamenti fantasma, Brian Eno che loda Maria Nazionale (è vero). Tutto questo ci esalta, tutto sta in piedi e convive, visione catartica e salvifica che perdona la nostra incredibile – eppure bizzarra e unica – condizione di napoletani! Tutto è compatibile e il miracolo avviene da noi, a Napoli. Tutto tranne quei disegni innocenti, quelle invocazioni, quelle invettive, quelle preghiere, quegli anatemi, quelle frasette retoriche.

Non è dunque vero che noi tutti ci aspettiamo che Napoli sia solo come noi le diciamo di essere? Siamo sicuri di essere leali quando rappresentiamo il sentire di un altro? Permettiamo alla nostra condizione di essere qualcosa di diverso da quel fenomeno paradossale che tanto ci fa piacere evocare come nostra intima essenza? Forse ci piace sprofondare senza andar veramente a fondo delle cose, tanto alla fine tutto si lega. Siamo unici, belli e sfortunati. E presuntuosi.