di Aurelia del Vecchio
Ogni volta che in Italia si sono succeduti i vari esecutivi, presieduti da Berlusconi, ho sempre avuto l’impressione di assistere a dei “format” televisivi, più che ad una sequenza di atti governativi. Forse perdurando a tutt’oggi, la sua condizione di imprenditore televisivo di successo, in contemporanea a quella di statista.
Così egli si è avvalso dell’indicazione dei programmi più riusciti delle sue reti commerciali e così ha raggranellato un cospicuo consenso elettorale con le tecniche del marketing. Niente scandali e niente inquietudine verso quella consistente parte di opinione pubblica raggiunta, convinta, anzi rapita da un messaggio paritetico tra pubblicità e politica!
Visto quel che accade anche nel resto del mondo, esisterà senz’altro da qualche parte, un “cimitero della democrazia”, ovvero un luogo non virtuale, vero e proprio supermercato della politica. Con “format” per eventuali governi, creati appunto, con la logica dei “reality”, ascoltando esclusivamente la cosiddetta “pancia della gente”. Non la mente, non il cuore, non la minima estensione di qualche timido accenno di idealità, nei governi della “serie OGM” (Organismi Geneticamente Modificati).
Quindi, requiescant in pace quelle personalità politiche, che hanno fatto viatico irrinunciabile dell’asciuttezza lessicale, della frugalità dei costumi, dell’essenzialità della proposta politica senza alcuna sovrastruttura, dell’oculato pessimismo in economia.
Per un lungo periodo, il Presidente del Consiglio in carica ci aveva abituato, sia dall’alto del governo del Paese, sia dall’opposizione, ad un “format” politico-televisivo, all’insegna dell’aggressività e dell’attacco frontale nei confronti degli avversari politici. Reso forte proprio dalla cassa di risonanza dei mezzi di comunicazione nelle sue disponibilità, formidabili strumenti nel produrre il più alto numero di consensi. A tratti però, anche querulo verso se stesso e monotonamente ripetitivo, nel denunciare la “persecuzione giudiziaria” da parte delle cosiddette “toghe rosse”.
Allorché c’eravamo assuefatti a questo genere di messa in onda, ecco che Berlusconi accantona il piglio guerresco e diventa un attempato, saggio e gentile signore, che, dopo aver conseguito un’esaltante vittoria elettorale, tende la mano all’opposizione, in una sorta di una non più rimandabile pacificazione nazionale. Dopo aver contribuito a generare nel Paese, quasi un clima da guerra civile.
Tutti ad interrogarsi sulla nuova strategia o addirittura sulla strabiliante mutazione genetica del cavaliere: da caimano ad agnello mansueto. Tante elucubrazioni e delicate “analisi del capello” senza che nessuno si fosse reso conto che trattavasi solo del passaggio ad un altro “format” televisivo. Ma ecco che il macroscopico conflitto di interessi del Premier, che ha bisogno costantemente della coperture e del supporto di leggi ad personam, irrompe nella nuova trasmissione, decretandone l’immediata sospensione.
E va in tilt il “format” del buonismo della destra e della collaborazione istituzionale. Meno di due mesi e si ritorna all’antico, alla faccia feroce, ai soliti conflitti tra poteri dello Stato e gli avversari politici ridiventano i nemici mortali. Più che l’audience, sono stati gli interessi dell’impresario a spingere per un ritorno all’indietro.
Mia convinzione è che il buonismo acerbo, di facciata del capo della destra al governo nascondesse una trappola mortale per il Partito Democratico: la certezza di riuscire a fagocitarlo, sperdendo esso per sempre nella spirale della più assoluta ineffabilità e unanimismo. Ci sarebbe da tirare un respiro di sollievo per lo scampato pericolo, anche se, nell’immediato il paese non si avvarrà di regole condivise. E non godrà di un clima più sereno. Cosa praticamente impossibile ed irreale, con interessi particolari così dirompenti. Ma almeno saranno salvi sia la dignità politica dell’opposizione, sia un concetto basilare quale la reale possibilità dell’alternanza democratica.

