di Lino D’Antonio
Perdura uno smarrimento nelle file democratiche, dopo la sconfitta del 13 e 14 aprile, che raggiunge l’acme con la perdita del Comune di Roma. Ma non sarebbe il caso di elaborare finalmente “questo lutto”, che sembra aver colpito lo schieramento progressista, con il rischio di una pericolosa dispersione di consensi?
Ciò non giova al Paese, privo di una incisiva opposizione, non giova al Partito Democratico, che appare ogni giorno di più ripiegato su se stesso. Mentre, senza altro indugio, è necessario non frustrare ulteriormente un elettorato vigile, che non si perde in troppe ed elaborate analisi sulla sconfitta, ma vuole andare avanti. Per meglio ampliare e radicare una grande forza democratica, nettamente alternativa alla destra.
Da oggi in poi, mi auguro tutto il bene dell’Italia e quindi, che questa destra governi nell’interesse di tutta la collettività nazionale e che si possa procedere alle riforme necessarie, in senso collegiale. Eppure, nonostante tutto lo spolvero da grandi e provvidi statisti, dopo le offese, le grida e le accuse, non mi faccio molte illusioni sui politici, che tra poco governeranno il Paese, convinto che, ancora una volta, trattasi di pubblicità ingannevole. Della qual cosa ognuno, votati e votanti, se ne assumerà la responsabilità.
Più che parlare del futuribile del nuovo esecutivo, mi preoccupo dell’immediato futuro del Partito Democratico. Se esso avrà un lungo e largo raggio d’azione, con profondo radicamento nella società italiana. O se esso sarà travolto da un irresistibile “pensiero unico”.
Dando uno sguardo in giro, per giornali e televisioni, sono riscontrabili tutti i sintomi che tale drammatica evenienza possa concretizzarsi.
Trovo personalmente spaventevole quanto accade e quanto di più grave potrebbe accadere.
Il compito è arduo per il Partito Democratico, a cominciare dalla composizione delle sue divisioni interne e dal sistema di alleanze, che intende darsi. A cominciare da Di Pietro (e conseguentemente Grillo). Non mi convince la grande apertura all’UDC, partito poco affidabile, anche soprattutto dopo il dato amministrativo di Roma. Mentre sarebbe del tutto irresponsabile disperdere il grande patrimonio di valori, presente alla nostra sinistra.
Io avrò pure un chiodo fisso, una specie di fobia, ma ho la certezza che, se il Partito Democratico, pur con tutta l’oculatezza e l’avvedutezza politica, non interverrà culturalmente sulla società italiana contro il “berlusconismo” dilagante, ogni discorso, ogni iniziativa non avranno alcuna valenza ed il Paese sarà irrimediabilmente perduto. Non è facile. Non disponiamo di mezzi di comunicazione di massa come Berlusconi. Il quale da decenni, con le sue TV, ha invaso le case degli italiani. Un “golpe” mediatico, che ha trovato la sua sponda politica, con un epilogo trionfante, almeno per il momento.
Non promettiamo luccichii e lusinghe. Piuttosto la realizzazione di una società, dove nell’equo e nel ridistribuito, ci sia posto per tutti, in nome di valori imprescindibili. Ed è pressoché impossibile per noi inseguire la destra nelle sue dichiarazioni, fatte ben studiate a sorpresa, che mirano a destabilizzare le convinzioni etiche e morali più diffuse. Ecco che cosa significa la dichiarazione di Fini a “Porta a Porta” sui fatti di Verona e sulla morte di un giovane, cose da lui minimizzate rispetto ai pur gravi ed inqualificabili incidenti di Torino.
La destra è ormai capace di comunicare all’Italia le morti importanti e quelle meno significative. Ecco quindi il senso di disporre dell’agenda prima culturale, poi politica del Paese. Molti giustamente suggeriscono ai responsabili del Partito Democratico di partire dal territorio, dall’approccio diretto con la gente e con le problematiche di essa, riscoprendo il senso più antico ed alto della militanza. Operai ed artigiani della politica contro industriali della politica.
Una sfida enorme, che, al momento, sembra l’unica percorribile. Nella speranza che non resti qualcosa soltanto di auspicabile, ma difficile da realizzare. Tanti tra noi aspettiamo segnali in tal senso.

