di Lino D’antonio
C’è stato su “Il Mattino” del 22 febbraio un articolo a firma di Marco Salvia, “Se l’industria dei libri sfrutta Napoli”, che dovrebbe essere letto un po’ da tutti, perché per la prima volta un intellettuale legge la situazione napoletana attraverso il modo di come essa si rispecchia nei molti libri, che ne traggono spunto. E si evince in questo intervento, oltre la critica per una mancanza di originalità e per impianti creativi di dubbia valenza e credibilità, l’implicita condanna verso la strumentalizzazione, che l’editoria, con sede ovviamente al Nord, esplica, a fine di lucro, intorno alle emergenze della nostra città.Avendo scoperto, in un certo senso, “la gallina dalle uova d’oro”, in quanto la descrizione continua degli orrori è un filone, che tira e produce inimmaginabili ricavi.
Salvia cita il libro best-seller di Saviano come punto di partenza per tutto quello che si è venuto a creare nel poi. Mi sento però, di retrodatare questo inizio e assegnare la progenitura del genere letterario in questione, imperniato su Napoli e i suoi guasti, a Giorgio Bocca, con il suo impreciso e superficiale “Napoli siamo noi”. Non dimenticando un libro truculento e violento quale “Napoli nel sangue” di Jacopo Fo. Anche Wolfgang Goethe ha scritto di Napoli ed anche i milanesi possono scrivere intorno alla nostra città, se hanno l’animo scevro di pregiudizi e qualche conoscenza in più.
Se questa scelta dell’editoria italiana ha come fine non certo un intento narrativo, divulgativo e di approfondimento, ma solo di conseguimento economico, c’è da dire che, per la nostra regione, questo tipo di approccio si sta rivelando devastante, quanto e forse più dell’emergenza rifiuti.
E se ai libri si aggiungono films, documentari, spettacoli teatrali, prese di posizione da parte della stampa nazionale e locale, le TV ed “i tribunali del popolo” presenti in alcune trasmissioni, come “Anno zero”, dove l’Accusa è sempre presente e la Difesa sempre assente, tutti concentrati sull’argomento monotematico dei mali nostrani, con un TG 3 appiattito completamente su posizioni di centro-destra e confessionali, si arriva di conseguenza ad un dibattito politico falsato e malsano. Dove un’opposizione di destra, campana, da anni inconsistente nel porgere una proposta politica alternativa, si perde nei rivoli di una deriva antidemocratica e protestatoria, omettendo le responsabilità dei governi a guida berlusconiana nei confronti di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia.
Dove, purtroppo, anche all’interno di partiti alleati di sinistra e dello stesso Partito Democratico si fa politica a colpi di scontri fratricidi e con la ritorsione dei rifiuti. Dove per la prima volta in assoluto un sindacato, la Cisl, si fa parte politica e scende in piazza a chiedere le dimissioni di sindaco e governatore, forse in odore di “Rosa bianca”. Dove la chiesa napoletana, sulla scia di un corporativismo che mette in moto le richieste di molteplici soggetti e categorie, non preoccupate del danno di un’eccessiva frammentazione della società, sembra richiedere per sé non soltanto un compito pastorale. Dove non poteva mancare la discesa in campo dell’antipolitica e del suo starnazzare, producente il nulla, se non l’ulteriore indebolimento delle istituzioni e la spinta ai cittadini verso l’anarchia più completa. E dove la stessa antipolitica assume il volto più nobile delle cosiddette associazioni locali, rappresentate dalla stampa come gonfie di iscritti e di autorevolezza. Ma che a loro volta aspirano a farsi parte politica o a fiancheggiare una certa politica. Il tutto sotto l’occhio vigile ed interessato delle organizzazioni malavitose, che non mollano la preda, anzi prestano la massima attenzione ad ogni evento, anche infinitesimale.
Sembrerebbe tutto ciò la raffigurazione di una comunità cittadina, presa da un caos non calmo, ma comunque in movimento, con l’obiettivo di una sintesi finale. La rimonta non potrà avverarsi, se si continua ad essere preda della suggestione, che sono riusciti a creare intorno a noi, ai nostri problemi e alle mole di rifiuti, riuscendo ad andare ben oltre di esse. Come una tela di ragno, che ci avvolge con le maglie sempre più strette.
Ci hanno già convinto che siamo diversi in negativo, irrecuperabili rispetto agli altri italiani. E se tentiamo di recuperare, dovremo essere ben consci di muoverci su di un tessuto nazionale lacerato, non comprensivo o amichevole. Noi figli di un’Italia minore, mentre l’Italia virtuosa, quella che conta, dei grandi potentati economici, del popolo delle partite Iva e dell’egoismo, per anni, ci ha mandato i suoi veleni, intossicandoci forse per sempre. Che importa? Anche il moralismo può essere inteso dal potere a senso unico.
Di una cosa sono certo che, nell’illusione che la tela di ragno possa allentarsi e possano ristabilirsi condizioni minime di vivibilità (e non mi riferisco ai rifiuti), ci chiederanno la catarsi, il “sacrificio agli dei” o metaforiche esecuzioni a piazza Mercato. “Deve saltare il tappo”, diceva giorni fa, ad “Anno Zero” l’Onorevole Brunetta di Forza Italia, riferendosi alla improrogabilità delle dimissioni di Bassolino, per aprire uno spiraglio di solidarietà da parte del Nord.
Proprio in tale, simile contesto, mi sembra di grande rilievo la linea scelta dalla difesa del governatore, per quanto riguarda gli addebiti mossigli dalla magistratura per la questione dei rifiuti. Non un insieme di argomentazioni a difesa del singolo incolpato, ma proprio lo sforzo di rientrare nella normalità, senza concedere alcun agnello sacrificale alla suggestione di questi tempi.
Io aspetto con ancora qualche speranza, nonostante la rabbia e l’amarezza e rimango convinto che spetti alla “politica di cuore”, che esiste e non certo a “quella del calcolo”, riuscire ad infrangere, prima o poi, la tela di ragno.

