di Susi Veneziano*
Ricacciate indietro con fatica l’ira e l’indignazione, e frenata la corsa dell’intelletto alle cause e alle soluzioni, sull’ennesima “morte di lavoro” è finalmente uscita dal mio guscio la colpa.
Sono responsabile? Chi lo è? Quanto lo è chi lo è?
Da funzionaria dell’Agenzia Regionale del Lavoro e su specifico incarico della Regione Campania, negli ultimi anni mi sono occupata di due strumenti importanti per il mondo del lavoro: il Sistema Informativo del Lavoro e i Centri per l’Impiego. Ho svolto la mia funzione peccando di eccessi di ideologia, di improvvisazione, di presunzione e dunque sbagliando molto. Fatto è che tanto il Sil quanto i CPI sono delle mezze realtà, ben distanti dagli obiettivi progettuali e strategici che nel processo decisionale avevo largamente contribuito a delineare. Non è solo colpa mia, ma questo non giustifica.
In parole molto scarne l’obiettivo strategico regionale era quello di attrezzare il territorio con strumenti di controllo sulle informazioni e sulle relazioni che attraversano il mondo del lavoro. L’obiettivo, malgrado le mie manchevolezze, può dirsi in parte realizzato per ciò che riguarda le persone in cerca di lavoro, che oggettivamente ricevono oggi servizi meglio qualificati e hanno con gli operatori dei servizi una relazione reciprocamente più attiva e propositiva, rispetto al vecchio collocamento, in strutture discretamente attrezzate, e possono fruire di una circolazione di informazioni sulle opportunità molto più accessibile.
Per quel che riguarda invece le informazioni e i servizi dedicati ai rapporti di lavoro e alle imprese la strategia regionale di intervento sul Sil e sui CPI puntava ad un sistema di registrazione telematica delle informazioni tra datore di lavoro e CPI che avrebbe alimentato automaticamente il sistema e ad un rafforzamento dei servizi dedicati al datore di lavoro, all’ascolto, alla consulenza, all’interazione con le agenzie interinali e di intermediazione presenti o operanti nei bacini territoriali dei CPI. Queste attività sono ancora a zero e restano affidate solo alla buona volontà degli operatori dei CPI sia nell’inserire manualmente, e con i tempi che occorrono, le informazione nel sistema, sia nel dialogare propositivamente con i datori di lavoro e con gli intermediari.
Su questo sento una responsabilità che mi pesa molto. Mi pesa in particolare il fatto di non avere puntato i piedi sulla importanza di dare avvio a queste attività, il fatto di essermi piegata alle attese e alla paura di sbagliare, di rischiare di arrecare un disagio o un danno ai datori di lavoro. E dunque ho atteso e rinviato nel tempo l’attivazione del sistema telematico fino al completamento della Sil in tutti i centri, laddove avrei fatto bene a imporre (ammesso di poterci riuscire) l’utilizzo del sistema anche solo per quella parte di territorio già servito dal Sil. Noi oggi saremmo molto più avanti nell’esercitare un controllo sul territorio e nel distribuire in modo mirato le visite ispettive e soprattutto ci mostreremmo più vigili nel presidiare le informazioni sulle assunzioni e sui cambiamenti dei rapporti di lavoro e potremmo far valere questa capacità di presidio per rafforzare con i datori di lavoro un rapporto diretto, propositivo e non solo punitivo, e agire più diffusamente come forza di pressione sui comportamenti dei datori di lavoro.
E’ questa a mio avviso una strada breve e diretta per ottenere una riduzione degli incidenti ed è per questo che mi pesa la mia responsabilità. Quando si fissano obiettivi così ambiziosi ci deve essere la capacità di reggerne l’impatto, di guardare dritto negli occhi chi dice, spesso dall’alto di alte responsabilità. “non siamo la Svezia” o “i collocatori e gli ispettori sono tutti corrotti”, o “le imprese se le controlli chiudono tutte”, o “serve ben altro”, e di ribattere, senza ingiuria ma con fermezza, a questa corruzione profonda dei cervelli e delle anime, con una pratica del fare, che “quello che si dice si fa”. Se non si è capaci di fare questo, si deve fare un passo indietro e lasciare che altri facciano.
Per fare, tuttavia, occorre a mio avviso una maggiore chiarezza di scelte politiche. C’è da parte delle istituzioni un atteggiamento più severo verso le imprese, e riconosco che già questo richiede coraggio, dopo anni di culto dell’impresa e dell’imprenditorialità. Ma al centro della crescita della nazione (e della regione) ancora non c’è e non si afferma, né il benessere delle persone, dei nuclei affettivi e familiari, delle comunità, dei territori, né il lavoro inteso come l’attività di ogni persona nel creare e produrre, e non solo come organizzazione di mezzi e strumenti della produzione, ovvero come “dipendente”. Dentro questi valori ideali si dovrebbero scegliere le priorità, ad esempio tra sistema informativo del lavoro e borsa lavoro, tra servizi pubblici di presidio del territorio e intermediari privati, tra servizi di incontro e di relazione tra lavoratori e servizi di incontro tra domanda e offerta, tra servizi per l’occupazione che c’è e servizi per l’occupabilità, le priorità sul cosa e sul come.agire nel pubblico. Chiedo allora se un “Sistema Informativo” degno di questo nome non val forse bene una “Borsa lavoro” del matching telematico. E se un Centro per l’impiego pubblico, onerosamente presente sul territorio, non val forse bene l’intermediazione liberata a buon mercato. Nella mia persistente e colpevole presunzione attendo una risposta “politica”.
E non ho fatto ancora, finora, il mio passo indietro rispetto alle funzioni che ricopro solo perché sento il dovere di preservare, per quanto posso, l’esistente e di lasciare aperta la possibilità di portare a compimento il disegno strategico, senza che scompaia nel tempo qualsiasi realtà di Sil regionale o di sistema pubblico regionale dei servizi. Ma giustamente, oltre alla mia coscienza, anche il mio datore chiede conto della mia incompiutezza, e dunque il debito sarà, di sicuro, presto saldato.
*Arlav – Regione Campania
www.lavorocampania.it

