Immagine dello scrittore Roberto SavianoGli insulti ricevuti a Casal di Principe da Roberto Saviano mi hanno fatto tornare indietro nel tempo, esattamente al 25 aprile di quindici anni fa. Mi trovavo nel feudo di Sandokan, come hanno ricordato alcuni cronisti in questi giorni, per un incontro pubblico sulla lotta alla criminalità organizzata. Improvvisamente, nella sezione entrarono dei parenti di Sandokan che, in modo minaccioso, cercarono di interrompere la manifestazione. Ricordo che, mentre rientravo a Napoli scortato dalle forze dell’ordine, provai un forte senso di rabbia per l’accaduto.

Non era la prima volta che ricevevo minacce di questo genere, dopo tanti anni di intensa militanza politica contro la criminalità organizzata dei nostri territori. Del resto, chi era impegnato nel PCI e nel sindacato era immediatamente considerato dalla camorra come un acerrimo nemico. Per questo penso di poter capire quello che avrà provato Saviano nel tornare a Casal di Principe e nel sentirsi insultato e minacciato dal clan.

Voglio dire a Saviano di avere fiducia, di non scoraggiarsi, di continuare nella sua azione di denuncia e di impegno contro i clan. Proprio la sua vicenda, il suo successo giornalistico e letterario sono la prova che si può e si deve aver speranza nel cambiamento. La situazione rimane difficile ma c’è, tra i cittadini, soprattutto tra i giovani, una forte voglia di legalità, di sradicare i fenomeni mafiosi e camorristi dalle nostre terre. E’ quel sentimento a cui si riferisce Saviano quando scrive che “anche se nulla sembra essere mutato, in realtà molto è pronto per cambiare”.

In questi 15 anni, si sono fatti alcuni passi in avanti, anche se ancora non basta e bisogna fare di più.
A Casal di Principe, c’erano le istituzioni, dal presidente della Camera alla Regione, alla Provincia, le associazioni di volontariato, quella “politica trasversale che non si perde d’animo nonostante le minacce”.

Sono d’accordo con Saviano quando dice che bisogna aver fiducia nei cittadini “che sono rimasti qui, resistendo e lavorando senza riflettori, pur consapevoli che in una terra come questa non si guadagna in autorevolezza”. Tra questi ci sono tanti magistrati e forze dell’ordine, rappresentanti di associazioni, forze politiche, imprenditoriali e sindacali, parrocchie, mondo della scuola che non si risparmiano nella quotidiana lotta contro i clan. Ecco questa è la rete che può e deve essere determinante contro la criminalità organizzata. Dall’altro lato, però, dobbiamo tutti essere consapevoli che abbiamo di fronte un nemico potente.

Oggi il crimine organizzato, non solo quello italiano, è una holding ramificata a livello mondiale, con interessi economici e finanziari di dimensioni imponenti. E la risposta dello Stato e degli Stati è ancora troppo frammentata per essere incisiva fino in fondo. Serve allora un ulteriore scatto in avanti, con politiche – locali e globali – che ci permettano di conoscere e contrastare il crimine in modo sempre più efficiente.

Questo ragazzo di 27 anni ha avuto la forza narrativa e morale di risvegliare la coscienza civile del nostro Paese intorno a un tema così cruciale. Adesso spetta a tutti noi non lasciarlo solo, lavorare insieme per dare spazio alla “mutazione” – come la chiama lui – lottando con tutti i mezzi che abbiamo per sconfiggere “gomorra”.